La pratica del dubbio
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La pratica del dubbio
Capitolo I
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Introduzione

 

 

 

Più volte, procedendo dentro le belle e dense pagine di Volevo la luna, mi è capitato di immaginare la fatica di Pietro Ingrao nella scrittura, per superare un ritegno, una ritrosia a parlare di sé, della propria vita, così intimamente legata a passioni, a vicende collettive, e quindi a scolpirla nella sua singolarità, e a riconnetterla assieme a vicende più grandi, cariche dei segni della vita nazionale e delle tragedie del mondo del Novecento.

Conosco quella ritrosia fin da ragazzo quando a Terni ero dirigente della Gioventù comunista: e

Terni era una città molto cara ad Ingrao. Vi veniva a chiudere ogni volta la sua campagna elettorale. Mi capitò allora, ancora giovane liceale, di presentarlo nel teatro cittadino, ai primissimi anni Sessanta, in una celebrazione della fondazione del Partito.

Si poteva trovare in quella ritrosia non solo il segno di un costume, di una visione della politica, che distingueva e segnava, per sobrietà, per asciuttezza, e forse anche per orgoglio intellettuale, gran parte del gruppo dirigente storico del Pci, ma anche qualcosa di più. C’era uno stile di rigore e di

curiosità insieme che ti interrogava e che incuteva a molti di noi, in quella “generazione delle magliette a strisce”, anche un timore in qualche modo di inadeguatezza. Sentivamo forte però la sollecitudine continua che ci veniva da Pietro rivolta a capire, ad interpretare, ad allargare gli orizzonti culturali personali, per risalire dal particolare a più grandi processi della contemporaneità del mondo. In rare occasioni si andava più in là, e in tanti, di quello stile austero e severo, facemmo una nostra ambizione di vita e di cultura.

È con questa mente che ho letto di getto il libro di Ingrao, fino a quell’ultimo, straordinario, capitolo che gira attorno al volume di Nuto Revelli, Il disperso di Marburg: “I prati mi hanno incantato sempre, nel loro trascorrere silente – scrive Ingrao –.

Oggi i prati della città in cui vivo sono mischiati al tumulto della corsa e dell’affanno. L’isola non esiste.

Ed è giusto. Perché chiedere di salvarsi da soli? E poi io non so andare a cavallo”.

Così mi è rimasta secca nella mente quell’ultima domanda e quella irriverenza, quella autoironia, segno quasi di uno schernirsi, giunto alla fine del racconto. Ci ho pensato a lungo a quella immagine dell’isola e ho ricordato anche qualche riflessione di Ingrao sulla fecondità di una dimensione “monacale”, capace di lasciare più spazio al pensiero e alla introspezione. E mi sono tornate anche in mente le giornate di Arco quando, in quella lunga sala di riunioni, discutemmo sul che fare, dopo la svolta della Bolognina e il congresso di Bologna. Ricordo nitidamente Laura che gli stava seduta accanto dentro la sala di riunioni e che noi, venuti dall’Umbria, regione carissima a Pietro, cercavamo di interrogare per capire meglio il suo pensiero e il da farsi. E poi venne quel suo “voglio restare nel gorgo”, che per alcuni rappresentò un’amarezza e per altri, ero tra questi, la voglia di tornare a scommettere dentro il proprio popolo. Caparbietà, ma anche una certa visione dei processi collettivi e dei prezzi che si pagano, anche con grande, angosciosa incertezza. Più volte, ancora recentemente, Ingrao è tornato a sottolineare una distanza, anch’essa molto sofferta, da un certo “minoritarismo” che pure ha guidato il pensiero e l’opera di altri grandi intellettuali della sinistra. Vi trovo, non so se è giusto, l’impronta forte di un più antico insegnamento togliattiano e anche traccia di un rapporto complesso e controverso con quel segretario del Pci sul quale bisognerebbe continuare a scavare ancora.

Qui sta il segno e la motivazione del tornare ad interrogare Pietro Ingrao. Volevo la luna si ferma infatti ad una fase cruciale della sua vita, lì dove decise di dare al proprio impegno una sterzata, lì dove si determinò anche una cesura aspra nella vicenda nazionale.

Ingrao era stato Presidente della Camera dal 5 luglio 1976 fino al 20 giugno del 1979 quando fu eletta Nilde Iotti. Mi capitò più di una volta, con un gruppo di dirigenti umbri del Pci, di andare a trovarlo: e anche in quelle occasioni vi era una continua interrogazione sull’Umbria, sulla esperienza della regione, ma anche sulla complessità della situazione, sulla politica di “unità nazionale” sulla quale ci esprimeva le sue critiche, ma con uno stile asciutto e severo che non indulgeva, neanche in quella dimensione più diretta ed amicale, a facilonerie.

Fu quella una fase intensissima della vita nazionale: l’insorgenza e l’iniziativa dura e continua del

terrorismo, fino alla uccisione di Guido Rossa, il Convegno dell’Eliseo sull’austerità promosso da

Enrico Berlinguer, la depenalizzazione dell’aborto, l’attacco a Luciano Lama all’Università di Roma, l’esplodere dello scandalo della Lockheed, il movimento e la manifestazione degli autonomi a Bologna, l’acutizzarsi dello scontro del Pci con i sovietici, la grande manifestazione dei 200.000 metalmeccanici a Roma del dicembre 1977, le dimissioni e il reincarico ad Andreotti come capo del Governo e poi l’agghiacciante vicenda di via Fani, il rapimento e l’uccisione di Moro.

Di quell’anno (1978) è anche la elezione di Karol Wojtyla alla guida della Chiesa cattolica. E poi

ancora un anno di eventi limacciosi: l’uccisione di Mino Pecorelli con tutti gli inquietanti scenari che immediatamente vi furono connessi, l’incriminazione di Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e di Mario Sarcinelli, di nuovo le dimissioni di Andreotti e le elezioni anticipate. Un triennio duro, anche sul piano internazionale: in Spagna ci furono le prime elezioni democratiche dopo quaranta anni; in Cecoslovacchia 240 intellettuali ed esponenti politici sottoscrissero la “Carta 77”, cominciò il dispiegamento dei missili SS20, Sadat incontrò a Gerusalemme i leader israeliani, dopo che, per la prima volta, era andato al governo il partito conservatore Likud. Tornò dal confino parigino l’Ayatollah Khomeini, Saddam Hussein divenne presidente dell’Iraq, in Gran Bretagna vinsero i conservatori e per la prima volta venne eletta capo di Governo una donna, Margareth Thatcher. Tornò al potere in Cina Deng Xiao Ping.  Sono gli anni nei quali scompaiono in poco tempo personalità del cinema e della musica molto care ad Ingrao: Charlie Chaplin, Maria Callas, Roberto Rossellini.

È da qui che parte questo libro che dà testimonianza di un’ansia che allora Ingrao ci fece avverti-

re forte: la necessità di una nuova ricerca, oltre i confini. Il Centro per la Riforma dello Stato (CRS)

è stato questo nella cultura politica italiana, con la sua rivista “Democrazia e Diritto”, con il gruppo di intellettuali che via via vi ha fatto riferimento, con le sue iniziative e i suoi programmi di ricerca, fino ad oggi, alle riflessioni sulla politica e sul Novecento di Mario Tronti.

L’intervista illumina non poco quegli anni successivi al 1979 e dà conto dell’assillo principale di Ingrao ad interpretare il mondo, a partire dalle vicende della guerra, quasi che in questa fase del suo pensiero un più antico impianto storicista del suo comunismo si sia incontrato con un certo “umanesimo integrale” di cui parte significativa sono anche le riflessioni sulla non-violenza consegnate in questi anni ad altre pagine.

Metto qui anche la tensione di Ingrao a scavare su altri linguaggi, quelli della scrittura poetica prima di tutto.

Ho ancora intenso il ricordo di quando venne a Terni (1987) ad ascoltare una lezione dell’illustre italianista Walter Binni su Leopardi, sulla Ginestra, seduto in mezzo ad un teatro gremito di studenti. Mi capitò così di essere partecipe di una conversazione intensa, non dimenticabile, dove una visione dell’umanità legata al testo poetico si mischiava ad una rete di ricordi comuni che andavano ai tempi della cospirazione antifascista, di rimandi di conoscenze, Capitini, Calogero, Parri, La Pira, e ad un senso enorme della storia democratica della nazione italiana uscita dalla guerra, dove le forze della sinistra erano riuscite ad imprimere un segno profondissimo.

E però è rimasta irrisolta, nella lunga esperienza di Ingrao e anche nelle riflessioni su di essa, una questione che vorrei consegnare a questa breve nota, perché mi sembra parli non poco alla ricerca della sinistra in questa fase della vita nazionale. Ingrao è stato uno dei pochi dirigenti comunisti che si sia interrogato, lavorandoci, sul tema del rapporto tra Stato e sviluppo, tra economia e politica, individuando qui una radice essenziale, costitutiva della sinistra: in qualche modo fondante di una sua funzione nazionale e internazionale.

Oggi è facile trovare riferimenti di teoria e di ricognizione empirica sulla  territorialità dello sviluppo, sulla territorialità degli stessi soggetti sociali, anche di quelli del mondo del lavoro, in una dimensione che non sottace e non oscura la portata dell’atto lavorativo singolo, con la sua fatica, la sua remunerazione, con le tutele e i diritti da conquistare e riconquistare continuamente.

Qui, sulla questione dello sviluppo, si incardinò, in un’altra fase della storia italiana, la riflessione di Ingrao sul regionalismo, sulle nuove forme statuali da conquistare, sui caratteri istituzionali, ma anche di potere e di rappresentanza, delle autonomie locali e delle Regioni e poi sulle funzioni di controllo del Parlamento, sul rapporto tra Assemblee e sviluppo, anche oltre la parte pubblica dell’economia che oggi non c’è più. E dunque costruzione di una nuova statualità nazionale: welfare state, poteri del sindacato, centralità del Parlamento e di tutti i processi diffusi della democrazia e del controllo pubblico e sociale, come si disse, e così crescita e sviluppo dei grandi soggetti sociali.

È, a ben vedere, proprio a partire da questa sfida che Ingrao, in una certa fase, avvertì la necessità e l’urgenza di una riflessione con altri soggetti della sinistra europea, con la socialdemocrazia tedesca, con quella scandinava, quando, nel cuore dell’Europa, si determinò, assieme ad un cambiamento dei governi, anche uno spostamento dagli equilibri sociali e venne in campo una nuova soggettività operaia e del mondo del lavoro.

Le parole di Ingrao gettano una luce interessante su una particolare fase della vita e delle elaborazioni dei comunisti italiani, in quegli ultimi anni dell’impegno di Enrico Berlinguer. Non sono poche le domande di storia politica che vi sono connesse.

Non si possono tuttavia leggere queste pagine senza avvertire forte un assillo che riguarda il presente. Che fare ora?

Si può fondare una nuova fase della storia e del ruolo della sinistra senza partire da quel nodo cruciale dello sviluppo, della sua qualità, dei processi sociali e istituzionali, delle politiche pubbliche che vi convergono? Come ci si può riproporre quel tema quando tanti fattori si sono dematerializzati e mondializzati  (mercati, finanza, scienza) e non si vedono grandi soggetti in grado di far pesare democrazia e poteri “dal basso”, per dirla con Aldo Capitini, ma capaci di arrivare a quella altezza nazionale, europea e planetaria? E anzi. È proprio la questione dei soggetti e dei poteri che è tornata duramente al pettine.

Ecco. L’intervista, mi sembra, contiene, in un particolare filo di ragionamento che continua il  racconto di Volevo la luna, un invito testardo a cercare, a cercare ancora.
 

Perugia, 8 novembre 2007

Claudio Carnieri

 


 

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Ottobre 2011 09:09
 
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