Le cose impossibili
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Le cose impossibili

Pietro Ingrao

Un'autobiografia raccontata e discussa
con Nicola Tranfaglia




Nelle mie limitate forze, io non sono un integralista come qualcuno
è andato dicendo, ma piuttosto un uomo di «frontiera». Certo, da comunista testardo, ma sempre pieno di curiosità verso gli altri. Diviso dentro di me  tra un desiderio di convento mai  realizzato (ma non in senso religioso!), e una grande, estrema curiosità verso gli altri, verso le diversità. Succede poi che cosi uno combina assai  poco di buono nell'un senso e nell'altro. Ma il giudizio finale lasciamolo al buon Dio. E poi c'è proprio bisogno di un giudizio finale? T'ho detto prima che ho un grande rispetto per i giudici, ma io le sentenze non saprei proprio scriverle.

 

Pietro Ingrao

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Ingrao racconta, a uno storico come Nicola Tranfaglia, la sua vita e la sua vicenda politica. Il più schivo tra gli uomini politici italiani, forse il più intimamente legato a quella tradizione di riserbo radicato nel costume e nel gusto dei comunisti, esce dal lungo silenzio sulle cose proprie e di un gruppo dirigente cui ha appartenuto per decenni. Racconta e discute con una controparte attentissima e tanto più interessata per la differenza di formazione e di esperienza. Parla, ricorda, riflette su una storia che non è soltanto sua. E tempo di bilanci. L'autobiografia si intreccia con la storia del partito, questa con quella di tutto il ceto politico uscito dalla Resistenza e dominante per molti decenni. Non a caso il discorso ha il suo filo conduttore nell'interrogazione sulla modernità italiana e le sue contraddizioni. Il meridionale Ingrao è stato tra i primi — e qui si è avuto il motivo centrale del suo antico confronto polemico con Giorgio Amendola — a riconoscere l'ormai avvenuto inserimento dell'Italia nel novero delle nazioni industrialmente e capitalisticamente avanzate. Qui è anche il tratto caratteristico della posizione «di sinistra» del comunista italiano Ingrao. Non si tratta di una posizione nostalgicamente orientata a recuperare purezze e rigori immaginariamente perduti. Ciò che Ingrao ricerca, fin dai primi anni '60, è la ragione politica di una critica efficace e di massa delle società avanzate, ciò che in Gramsci si è chiamato la «rivoluzione in Occidente». Di qui l'interesse, man mano infittitosi, per le inquietudini dei ceti moderni, tecnici, scienziati, filosofi di varia tradizione che si interrogano sul destino dell'Occidente e la sua crisi di civiltà. Di qui la curiosità insaziata per i nuovi movimenti, specie giovanili, e l'attenzione a tutto ciò che nel mondo operaio e della produzione si e mosso in possibile consonanza con una critica moderna di quel che si è chiamato il «modello di sviluppo».

Ingrao, raccontando, riflette, discute e, a volte, si diverte. Racconta come, a partire da Chaplin e Rene Clair, divenne comunista. Di come incontrò Togliatti e gli fu vicino, anche se non sempre consenziente. Di come nacque e si sviluppò, precocemente interrotta, una discussione e un'articolazione nel gruppo dirigente comunista italiano che avrebbe potuto congiungerlo, più intimamente di quanto non sia stato, con la ricerca che nella società italiana si aprì a conclusione della ricostruzione postbellica. Parla del suo dialogo con uomini diversi come Riccardo Lombardi, Ugo La Malfa, Raniero Panzieri, Aldo Moro. Del suo lungo isolamento e dell'esperienza appassionatamente vissuta alla presidenza della Camera. Del difficile rapporto con Enrico Berlinguer e dei contrasti esplosi nel partito dopo la morte di questo segretario amato e discusso. Questo libro è dunque anche un primo racconto, condotto non su documenti ma sulla memoria viva di un uomo, della storia del Pci dopo la caduta del fascismo. Nato da una registrazione audiovisiva di cui conserva l'immediatezza e i toni personalissimi, è stato a lungo lavorato, da Ingrao e da Tranfaglia insieme. Pensato e scritto in un momento terribile, quando ansie e interrogazioni razionali si intrecciano nell'accelerazione brusca che la storia impone, vuol essere anche un contributo a un ripensamento cui tutti possiamo partecipare.

 

Nicola Tranfaglia, insegna Storia contempo­ranea nella facoltà di Lettere e Filosofia del­l'Università di Torino. Ha diretto II Mondo Contemporaneo (11 volumi) edito dalla Nuo­va Italia, con Valerio Castronovo la Storia della stampa italiana (6 volumi) edita da Laterza, con Massimo Firpo ha Storia (10 volumi) edita dal­la Utet. Tra le sue opere: Da Monaco a No-rimberga (Comunità, 1965); Carlo Rossetti (La-terza, 1968); Dallo Stato liberale al regime fascista (Feltrinelli, 1973); Stampa e sistema po­litico nell'Italia unita (Le Monnier, 1986); La­birinto italiano (La Nuova Italia, 1989). Col-labora al quotidiano La Repubblica. E attual­mente presidente dell'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma.

Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Ottobre 2011 09:12
 
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