l'Unità dossier - II parte - Sotto la ferula del Cominform
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Sotto la ferula del Cominform
L'Unità, dossier - II parte

1.Il 1950, quando tramontava la prima metà del secolo, fu un anno di sangue. In Italia si aprì con un nuovo eccidio: il 9 gennaio, a Modena, la polizia di Scelba uccise sei operai nel cuore di una manifestazione che protestava contro i licenziamenti alle Officine Orsi. Si allungava il cupo elenco dei caduti del lavoro. La scia di sangue ora toccava il cuore dell'Emilia: quella città così pregna di storia italiana, e la sua splendida torre dal nome incredibile. Quanti erano ormai gli assassinati per mano pubblica?
Raggiungeva la vetta il numero delle condanne al carcere comminate per i moti di protesta della sinistra: si calcola che nel triennio 1948-1950 esso abbia superato quelle emesse dal Tribunale speciale fascista. E più o meno in quel periodo veniva a capo l'operazione 'Gladio', condotta insieme dal governo italiano e dal Fbi. Nel luglio del'49, scattava anche l'interdetto spirituale: la scomunica dei comunisti decretata dal Sant'Uffizio, voluta ardentemente da Pio XII.
E tuttavia quei morti, quei caduti non bastarono a fermare la protesta. A ridosso della sconfitta politica e a un anno appena dal trionfo democristiano del 18 aprile, era scattato - proprio in quel Sud che era stato baluardo della destra monarchica e della vampa clericale - un moto contadino, che chiedeva terra e lavoro.
L'epicentro del movimento fu in Calabria: più precisamente nell'area che dalle montagne della Sila si congiungeva al Marchesato di Crotone, e dilagò nelle due province di Cosenza e di Catanzaro.
L'agitazione iniziò a luglio, ma la sua espansione avvenne nell'ottobre. Partivano le popolazioni con in testa le bandiere, si salutavano da un poggio all'altro, e giunte sui demani e nei latifondi baronali - costruiti anche attraverso lunghe storie di usurpazioni - picchettavano il campo, spartivano le terre fra i partecipanti, squadra per squadra cominciavano ad arare le fasce occupate.
Il 29 di ottobre il movimento di Melissa si portò sul feudo demaniale di Fragalà: e secondo il rito cominciò la pratica dell'occupazione. Ma fu ancora una volta il sangue. Un reparto di polizia sparò sui contadini che stavano arando una terra demaniale, cioè di proprietà comune.
Caddero un ragazzo di 15 anni, Giovanni Zito, e Francesco Nigro di 29 anni. Angelina Mauro, colpita anch'essa, morirà dopo alcuni giorni all'ospedale di Crotone. Non ricordo il numero dei feriti, quasi tutti colpiti alle spalle. Le terre erano in buona parte demani comunali; altre nelle mani di baroni feudali come Berlingieri.
Avevo conosciuto la Calabria nei primi giorni di marzo del 1943: da clandestino, fuggendo la polizia fascista che mi cercava, i compagni di Cosenza non mi avevano mai visto prima: mi nascosero e mi protessero nelle montagne della Sila. C'era dunque un vincolo forte.
Come direttore dell'"Unità" scrissi una lettera pubblica a Cesare Zavattini, figura alta della letteratura e del cinema. Proposi che un gruppo di giornalisti e di intellettuali di tutte le parti si recasse in Calabria a interrogare persone e luoghi, e a ragionare sullo stato del Mezzogiorno. Zavatttini rispose gentilmente. Non potè venire. Ma la carovana di giornalisti di varie tendenze partì per quel giro, in giorni di un autunno splendido e visioni di sofferenza umana, cupa e orgogliosa.
Le bandiere che invadevano il latifondo, i volti scavati di chi le innalzava li ritrovammo poi nelle pitture di Guttuso e di Treccani. Ci fu un moto di pensiero. Tornammo a sfogliare pagine di Dorso e di Gramsci.
In Parlamento i comunisti votarono contro le leggi agrarie proposte da De Gasperi, ritenendole se non sbagliate insufficienti. In seguito tante cose parvero dare ragione a Ruggiero Grieco e Giorgio Amendola, che si mossero così.
E tuttavia si compiva un mutamento nel Mezzogiorno, dove per molti aspetti la sinistra italiana aveva subito nel tempo sconfitte drammatiche, e aveva visto perseguitare, incarcerare, ferire le sue avanguardie. Ancora a guerra finita, dopo il crollo del fascismo e la cacciata dei nazisti, la federazione napoletana del Pci un giorno aveva dovuto barricarsi fisicamente nella sua sede, per respingere i 'lazzari' scatenati dalla destra.
A partire dal quel 1949 ci fu un rilancio dell'opposizione sociale nel Sud. Da lontano oggi si vedono chiaramente i vuoti e le debolezze dell'iniziativa socialcomunista di allora. E tuttavia fu dato un colpo al blocco agrario. Finiva una riserva di caccia della reazione italiana e del clericalismo. Il resto lo fece l'emigrazione, quando ormai si schiudeva la grande mutazione del Nord.
Anche tutto l'aspro dibattito interno al Pci sulla strategia agraria verrà scavalcato dal lento deperimento del mondo contadino. E sarà per così dire una fortuna che nell'Italia centrale l'esodo dei mezzadri - dopo l'aspra e inconclusa controversia sui patti agrari - li condurrà nei comuni, nelle cinture delle cento città, dove una cultura repubblicano-socialista e avanguardie comuniste lavoreranno a una pratica di inclusione e di elevamento con un uso moderno e intelligente delle autonomie.
Era la società italiana in movimento che si rifondava e si rimescolava. Una fascia povera di popolazione (a volte poverissima) si mette in viaggio per l'Europa, parte e ritorna. O addirittura fugge dall'Europa, come era stato all'inizio del secolo. Prima che nei libri, tutto fu raccontato nelle pellicole dei maestri d'allora: Il cammino della speranza di Germi, Trevico-Torino di Scola, Rocco di Visconti - e più avanti su quel tema così ossessivo, così italiano, dell'emigrare tornerà anche Gianni Amelio.
In ogni modo la questione dello sviluppo prorompe. Lo affronterà con rischio e baldanza proprio un ex bracciante pugliese, divenuto segretario della Cgil: Giuseppe Di Vittorio. E sarà il 'Piano del lavoro'.
Le lacune, le approssimazioni, le vere e proprie debolezze della proposta sono facili da vedere oggi. In quel 'piano' l'unico intervento per così dire 'strutturale' riguardava l'industria elettrica. Le altre, sostanzialmente, erano proposte o linee abbastanza sommarie di lotta contro la disoccupazione.
Eppure in quella iniziativa del segretario della Cgil emergeva l'idea di un 'progetto di riforma', un bisogno di misurarsi con le novità clamorose che stavano investendo la società italiana: un primo, gracile tentativo di discorso sui connotati di uno sviluppo nuovo, il tema che poi diverrà centrale con forza negli anni '60, e già in quel Convegno del "Gramsci" del 1962.
La dirigenza del Pci formalmente appoggiò la proposta Di Vittorio. Ma non ne colse il segno effettivo di novità. Soprattutto non avvertì che dietro quella iniziativa ancora così gracile stava ormai l'emergere di un soggetto sindacale deciso ad affermare la sua autonomia e la sua difficile particolarità: tema poi di aspri conflitti, come li vidi nel seno della Direzione comunista tra Rinaldo Scheda e Bruno Trentin. E mi parve chiaro che erano in dura discussione le nuove forme che assumeva la politica: la sconfitta storica del monolitismo e la molteplicità dei campi e degli attori. E secondo me il gruppo dirigente comunista di allora - pur così fermo nel suo coraggio dinanzi alla sconfitta - sbagliava nella lettura del capitalismo che aveva di fronte, sia pure in Italia così segnato dagli strascichi della sua arretratezza.
A rileggere le fonti di quel lontano mezzo secolo si vedono oggi abbastanza chiaramente i lacci non solo politici, ma per così dire 'ideologici' che segnavano la battaglia comunista di allora.
Ho davanti a me il libretto dedicato al Comitato centrale del Pci che si svolse dal 10 al 12 ottobre del '50. Si può dire che fa una certa tenerezza a guardarlo? È stampato all'Uesisa, dove allora era anche "l'Unità" in cui io lavoravo. Sulla copertina, in testa, c'è la banda rossa fiammeggiante. E sotto la foto rituale: con i dirigenti in piedi, immoti in fila, le mani poggiate sul tavolo: Scoccimarro, Togliatti, Longo, Novella, Secchia, il gruppo dirigente, come si diceva con una certa solennità allora. Il libretto è un supplemento del "Quaderno dell'attivista".
La lettura oggi delude: non per la polvere del tempo su quegli eventi che allora ci stringevano alla gola.
Era l'anno - mi sembra - in cui scattava l'operazione 'Gladio', trama congiunta del Fbi. e della dirigenza cattolica. Chi poteva negare che fosse legittima una battaglia anche solo di resistenza?
Eppure lo sbaglio, la difficoltà del Pci traspaiono brutalmente nei testi di quel Comitato centrale che si radunava nel pieno di una tempesta. Stava prima di tutto nell'idea del nemico, che si incontrava in quelle due parole così insistite, così sillabate: imperialismo e grandi monopoli.
Era una troppo fragile semplificazione. Rimandava a categorie e canoni discutibili del leninismo, ancor più accentuati e forse falsificati dallo stalinismo nel suo sanguinoso fiorire. In quegli schemi interpretativi della tempesta in corso, che pure io ascoltavo con religiosa attenzione, due appaiono oggi le assenze clamorose: l'Europa, e la complessità del capitalismo nella metà di quel Novecento. Quel continente così centrale nella storia del mondo sembrava scomparire, o veniva colto allora solo nelle sue immagini ritornanti di dissidenza dalle grida americane: Mendès France, per esempio. Risultava del tutto incompresa, quasi dimenticata o ridotta a un rozzo strumento dell'imperialismo americano, la laboriosa, ma decisa costituzione della Comunità economica europea, che pure era stata così intelligentemente promossa e sostenuta dal cattolicesimo europeo, compreso quel De Gasperi che noi, schernendolo, chiamavamo 'austriaco', e Schumann, Adenauer... Quale errore!
Quanto all'ardente e complicata questione dei Balcani, da secoli decisiva per gli equilibri e la pace d'Europa, c'era in quei testi e discorsi del comunismo italiano solo l'aspra condanna dell'eresia titina, con un silenzio colpevole sulla Polonia, frontiera del cattolicesimo, terra così segnata per secoli dalle guerre per gli equilibri continentali, e Praga, sito complicato delle differenze religiose e poi del pensiero del Novecento. Infine, un grave triste silenzio sui processi e le purghe che là erano risorti, e i dirigenti comunisti finiti sul patibolo già allora: Rajk in Ungheria e Kostov in Bulgaria.
C'era - so bene di dirlo con il senno di poi - una lettura povera e mutilata del capitalismo novecentesco, che lo riduceva al potere militare e alla frusta padronale nella fabbrica, quasi come uno 'scelbismo' a livello imperiale. Le culture sofisticate, le varianti statali così marcate nella vasta area dell'Occidente, le mutazioni nuove delle tecnologie industriali nei loro spazi di regolazione: questo si perdeva. E ciò proprio mentre la nuova razionalità capitalistica dilagava anche nel nostro paese, quegli anni in cui dalla penombra carceraria venivano portate alla luce, e quasi santificate, le riflessioni di Gramsci sui sistemi di egemonia, sui vari fronti o reti di casematte in cui si differenziavano, nella modernità capitalistica, guerra di movimento e guerra di posizione.
Non sono mai stato convinto della fortuna di Zdanov nella sinistra italiana. E tuttavia i suoi solenni scenari, il suo dogmatismo brutale sembravano aver lasciato una traccia - o almeno come un freno - che rigettava indietro anche l'ideologia della 'via italiana', l'affermazione di diversità con cui Togliatti s'era distinto dalla vicenda russa e aveva combattuto strenuamente (questo non si può dimenticare) contro la prospettiva 'greca', contro la 'semplificazione' del ricorso alla lotta armata.
C'è una curiosa traccia di ragionamento, che s'incontra spesso, nei testi analitici del gruppo dirigente di quegli anni: si espongono i motivi generali per cui X o Y "non possono non fare"... E a me sembra evidente, in quello schema logico, la precostituzione di una soggettività trascinata alle sue scelte da un'intima natura, che al momento dato fatalmente si rivelerà. Sembra tornare, in quelle previsioni fatali, la secca assiomaticità con cui Lenin dalle fiamme della prima guerra mondiale in atto ricavava la definizione dell'imperialismo e dei gruppi monopolistici dominanti, e da ciò l'ineluttabilità della guerra e della insorgenza rivoluzionaria: con la riduzione della socialdemocrazia europea al tradimento, al miserabile compito di 'rinnegati'. Una dura semplificazione del capitalismo giunto alle complesse morfologie del Novecento, ai suoi molteplici intrecci fra 'nazionale' e 'internazionale', alle culture con cui esso si incontra e si mischia, ai vari livelli con cui costituisce alleanze, e in un certo specifico modo le segna e le collega: da luogo a luogo.
Può sembrare curioso che ormai all'inizio del secondo Novecento l'avanguardia comunista italiana resti dogmaticamente stretta alle clausole leniniste, quando - contraddittoriamente - già la pratica comunista italiana da tanti versanti - tenacemente e quasi disperatamente - lavorava a scavalcare i moduli stalinisti, si costituiva nel territorio, e dilatava l'agire del partito in una molteplicità di campi, fino a iscrivere nei suoi modi - non mi stancherò di ripeterlo - persino i simboli del folclore.
Guardando da lontano, si percepisce nitidamente che - nel momento forse di massima tensione con l'avversario di classe - il Pci utilizza il suo abbrancarsi al territorio: il comune e la regione, e persino il vecchiume statalistico rappresentato dalle province. Più o meno è in quegli inizi del secondo Novecento che in Emilia, in Toscana, in Umbria (ma si potrebbe allargare la lista dei nomi) un potere comunale e regionale realizza alleanze, e scopre (o ritrova) terreni 'locali' di emancipazione, e luoghi di incontro con la molteplicità novecentesca dei lavori e delle professioni.
Fu quello un ripiegamento dinanzi alla difficoltà e alla sconfitta subita ai livelli di potere nazionale e mondiale? E tuttavia Bologna divenne un simbolo, che parlò persino a livello internazionale. E la lotta rivendicativa in quelle terre tra il Po e il Tevere non fu certo mortificata: se mai, ne fu esaltato il nesso fra emancipazione del lavoro e sviluppo civile. E fu rotto l'isolamento della fabbrica.
Ma questo si dispiegò in Italia soprattutto dopo. A luglio di quell'aspro 1950 tornava nel mondo la guerra.
2.Ho a mente ancora l'emozione, il silenzio, quando in quella stanza dell'Uesisa, dove lavoravamo in équipe alla fabbricazione dell'"Unità", un compagno redattore mi portò il foglio di agenzia che annunciava l'evento: Kim Il Sung, capo comunista della Corea del Nord, aveva varcato la frontiera della Corea del Sud, stretto alleato della potenza americana.
Non so dire se fummo sorpresi. Da quella capitale italiana avevamo abbastanza chiaro il livello a cui si appressava lo scontro mondiale. Ed era fatua la campagna italoatlantica quando irrideva agli 'utili idioti': il movimento dei Partigiani della pace, almeno in Italia, fu tutto meno che un trucco. E ci furono scissioni, rotture dolorose, in cui spesso chi si schierò con i pacifisti perdeva poteri e favori.
Certo: alla testa di quella onda pacifista stavano le avanguardie comuniste. Ma parlavano a mondi inquieti. Non so dire se la firma di Vittorio Valletta sotto quell'appello di Stoccolma fu un gioco beffardo o un moto d'animo. Nenni ha raccontato che in quelle ore anche De Gasperi parve convinto che stesse per scoppiare la terza guerra.
Di sicuro, un esteso campo cattolico fu scosso. E non si mosse solo la dissidenza proclamata: da Gozzini a don Mazzolari. Disse il suo turbamento anche una figura come Igino Giordani, uomo della crociata anticomunista. E sapevamo allora quasi nulla del campo di lotta: di quella nuova Asia, che aveva visto, quasi a sorpresa, l'incredibile vittoria di Mao.
In quei giorni, con l'animo sospeso, andammo con i nostri figli a cercare sull'atlante il segno di quel fiume Yalu, su cui si fronteggiavano così direttamente il nuovo paese-guida dell'Occidente, l'incredibile America, e l'ignota Cina che si proclamava comunista. Chi poteva pronosticare l'esito di quella sfida e i livelli e lo spazio cui sarebbe giunto l'urto?
Tornava nel modo più concreto la mondialità dello scontro fra due campi: di nuovo al livello delle armi, quasi a ribadire il legame obbligato con lo Stato-guida, l'unico - così sembrava - in grado di aiutare la giovane rivoluzione maoista, quindi l'Asia nuova, uscita vittoriosa persino dalla sfida col Giappone.
Sembrava emergere - allargato - quel vincolo degli anni trenta e quaranta che ci aveva trascinato con l'Urss nonostante le purghe staliniane.
Eppure in quell'autunno degli anni cinquanta ci fu una vicenda singolare - si potrebbe dire in qualche modo tutta italiana - che nel suo livello aprì una ferita con i sovietici, e a coloro che quella vicenda vissero svelò quasi una crepa, una incredibile disfunzione in quel paese-guida. Per caso singolare mi trovai a viverne un anfratto.
Era la seconda metà di novembre, e come direttore dell'"Unità" fui chiamato a una conferenza del Cominform, dedicata alla discussione sulla stampa comunista e che assumeva come punto di partenza l'esame del giornale cecoslovacco "Rude Pravo" e dell'italiana "Unità".
L'incontro era fissato a Bucarest. Partii insieme con Edoardo D'Onofrio, un comunista rigido e malinconico, che in quel tempo teneva i contatti diretti con il Cominform.
Era un volto, una storia di operaio romano che incuteva rispetto: come segnato da una amarezza, non si capiva se generata dal corso delle lotte italiane o da una ingiustizia che lo aveva ferito. Ne parlò una volta aspramente con Togliatti che gli rispose: voi che avete fatto per me, quando Stalin mi voleva portare via dall'Italia?
E quella malinconia dell'operaio comunista romano sembrava cancellata solo in qualche incontro nelle trattorie di Testaccio, a mangiare coda alla vaccinara: allora si abbandonava a scatti goliardici, a sfide sull'ingozzarsi e sul bere e a qualche parola grassa. Mi faceva un po' soggezione, pur essendo io lontano dalle posizioni che egli esprimeva nel dibattito di partito. Ma mi piacque andare con lui a quell'incontro, di cui non afferravo bene gli scopi.
A Bucarest vidi una città nuda, spoglia nelle sue piazze. Presto ci spostammo altrove, in una villa quasi sepolta tra i boschi. Le stanze erano vaste e senza arredamento, come di luoghi appassiti o addormentati. Fuori c'erano però selve assorte.
Se ricordo bene, la discussione fu aperta da una relazione di Iudin, uno dei segretari dell'Informburò. Fu una relazione pesantemente didascalica, con un caloroso apprezzamento per il "Rude Pravo" e una critica feroce e dichiarata per "l'Unità". Il primo addebito era l'assenza nel giornale della vita dell'Urss e delle conquiste del comunismo mondiale, Stalin - s'intende - in testa a tutto. Il centro dell'attacco al giornale italiano riguardava la sua debolezza ideologica, la gracilità della informazione sulle vittorie del campo comunista, lo spazio minuscolo dato alla formazione bolscevica dei quadri, allo studio e alla illustrazione delle opere di Stalin e di Lenin. E via dicendo.
Ma la condanna non si fermava alla politica: tracimava nell'etica. Veniva criticato lo spazio dato alla cronaca nera, ai malcostumi della società borghese: e infine alle 'donne nude', alla narrazione frivola e impudica. Eccetera. Ed era davvero una critica esagerata, anche se nella giovane redazione dell'"Unità" c'era sì un certo gusto del lazzo un po' becero, della beffa salace, rivolta non solo all'avversario.
In ogni modo a fronte di quelle critiche non si capiva cosa rimanesse in piedi di quel giornale italiano, e nemmeno l'acribia dell'attacco. Ma si capiva nettamente che la condanna andava al di là del giornale, e toccava indubbiamente connotati di fondo del partito italiano, il suo immaginario nel paese e il suo modo di confrontarsi con il capitalismo occidentale di quel tempo.
Con quell'attacco veniva colpita proprio la dilatazione del giornale, il suo sforzo di incidere sul costume e di dialogare con le correnti culturali della rivoluzione novecentesca, anche con chi dissentiva e rompeva con noi. E forse non bastava a giustificare quella dura arroganza il finanziamento che ci veniva da Mosca.
È vero. Noi esploravamo varianti corpose rispetto al modello sovietico. Tentavamo di afferrare l'evoluzione del capitalismo occidentale, le turbinose rivolte culturali che avevano scosso il secolo. Esploravamo varianti possibili del modello.
Invece ci trovammo di fronte a un dispotismo centralistico, che tentava di cancellare le innovazioni del secolo, quando si trattava di capirle. Cos'era, in quella congiuntura aspra, quell'educandato cominformista? Erano curia? Nel caso, gli mancava l'impudicizia e il rutto. Predicavano lo stalinismo, nel suo senso più gretto. Più tardi mi chiesi che significava quell'attacco agli italiani proprio mentre Stalin intendeva portare Togliatti alla dirigenza del Cominform.
Dissi a D'Onofrio: questa critica violenta non riguarda solo noi dell'"Unità". Va oltre. Fu malinconicamente d'accordo.
La mia relazione che seguì fu francamente infelice: cercava di parare i colpi, a suo modo inserendosi nel linguaggio di quel rito. Alla fine facevo, quasi a compenso, un racconto apologetico (ma veritiero) del lavoro degli 'Amici dell'Unità', l'organizzazione militante che in certe domeniche aveva portato la diffusione dell'"Unità" quasi a un milione di copie, vicino ai livelli dei grandi giornali borghesi.
Ma nemmeno questo mi salvò. Cercai qualche appoggio nel compagno francese che rappresentava l'"Huma", sperando in una solidarietà del comunismo occidentale. Ma la risposta fu evasiva. Ed era ancora poco: in seguito con i compagni francesi fu conflitto aperto.
In una sosta pomeridiana, in giro per i prati splendidi che circondavano quella villa solitaria, incontrammo Suslov, l'ideologo sovietico ufficiale dopo la morte improvvisa di Zdanov: una figura alta, chiusa in un lungo cappotto bordato da un lembo di pelliccia, come assorto negli occhiali a pince-nez. Domandò gentilmente a D'Onofrio: che cosa pensa questo giovane compagno delle critiche che gli sono state rivolte? D'Onofrio rispose qualche parola di circostanza. Io più o meno tacqui.
Al ritorno in Italia incontrai Togliatti convalescente a Sorrento. Quel 1950 che stava per finire era stato un anno drammatico per lui. In agosto, mentre viaggiava verso le Alpi piemontesi che gli erano così care, la macchina che lo ospitava con la Jotti era sbandata paurosamente.
All'inizio parve che Togliatti avesse riportato solo qualche piccolo danno. Ma in autunno cominciò uno strano malore. Marcella Ferrara, che era la segretaria di "Rinascita", e per ragioni del suo lavoro e per amicizia era spesso con lui e con Nilde nella casa di Montesacro, mi raccontava con angoscia quei segni di un male oscuro: le risposte confuse e sbandate, l'improvviso assopirsi o non dar segno di attenzione, i malori progressivi che alla fine allarmarono Spallone, il medico che lo seguiva si può dire giorno per giorno.
Poi le cose precipitarono. Togliatti era quasi in coma. Fu cercato freneticamente Valdoni, il chirurgo famoso che l'aveva salvato il giorno dell'attentato di Pallante in piazza Montecitorio. Valdoni, sia pure con qualche riluttanza, accettò di intervenire. Ricordo come fosse ora quel momento in cui Antonello Trombadori, critico d'arte e vecchio gappista e addetto ora ai servizi di vigilanza (secondo le curiose metamorfosi che si compivano in quello strano Partito comunista) sbucò da una porta e abbracciandomi mi disse: è salvo. Tali erano le passioni che si vivevano in quel singolare organismo politico che a Bucarest avevo visto sotto accusa dal Cominform, poiché di questo alla fine si trattava.
A Sorrento, in quella fine di un triste novembre, andai accompagnato da Marcella Ferrara. Informai Togliatti del brutto esito di quella riunione. Per necessaria correttezza, e secondo i vincoli che allora ci apparivano naturali, dissi a Togliatti che naturalmente ero pronto a lasciare la direzione del giornale. Mi rispose semplicemente: continua come prima. Senza aggiungere altro.
Il 17 dicembre 1950 quel segretario del Pci partì per Mosca con la Jotti e con la figlia Marisa, per un periodo di convalescenza in Unione sovietica. Il giorno seguente al suo arrivo ricevette una visita di Stalin, che gli propose subito di lasciare l'Italia e di assumere la guida del Cominform a Praga.
Che fu? Una mossa di Stalin per togliere un uomo incomodo alla testa del più grande e più radicato partito comunista d'Occidente, in qualche modo sospetto ormai di eresia, e affidare la direzione del partito italiano a Pietro Secchia, strettamente legato alla guida sovietica? O - più probabilmente - era il tentativo disperato di risollevare le sorti del Cominform, diventato una fragile accolta di burocrati, che ormai - dietro quel nome così prolisso - sapeva solo allineare materiali dottrinari e articoli noiosi, che nessuno leggeva, e ritrovare una iniziativa in quell'Occidente europeo dove i partiti comunisti - quasi tutti - erano sconfitti o ammalati di malsottile?
Assai probabilmente era vera la seconda lettura.
In ogni modo Togliatti rifiutò aspramente l'incarico prestigioso. Ma si trovò drammaticamente di fronte la direzione del Pci che tutta - salvo Terracini che fu seccamente contro e Longo che si astenne semplicemente per motivi di correttezza essendo lui chiaramente il candidato alla successione di Togliatti - tutta la direzione del Pci approvò la proposta di Stalin. Togliatti tenacemente, rabbiosamente resistette all'allontanamento dall'Italia. E alla fine la spuntò. Nilde Jotti mi ha raccontato il gesto, il respiro di sollievo che il segretario del partito italiano ebbe, quando sulla via del ritorno, varcarono la frontiera sovietica. Tali erano i 'tempi di ferro e di fuoco', che egli amaramente evocò, in una assemblea del Partito a Livorno, quando nel 1956 Amendola e Pajetta l'accusarono di tiepidezza o reticenza di fronte al 'rapporto segreto' di Nikita Krusciov sui delitti di Stalin.
In verità in quel duro 1950, Mao corse in aiuto dei nordcoreani, e l'attacco americano fu fermato sulle rive dello Yalu. Né l'uno né l'altro dei grandi protagonisti mondiali pigiarono il bottone che faceva brillare l'atomica. E quella pace precaria fu salva.
La stella del Cominform era ormai in frantumi, seppure avesse mai brillato. Prima ancora che l'idea del 'comunismo' (questa grande metafora della transizione verso un'ipotesi socialista) cadeva sconfitta l'idea che la parte comunista aveva dell'avversario di classe: il quale non era solo il gigante fordista americano che dilagava nel mondo, ma una costellazione di soggetti, di forme statali e di apparati ideologici, che collegavano l'avanzata dei saperi industriali e la dilatazione dei consumi, le corporazioni proprietarie e i siti molteplici della politica, niente affatto chiusi nel Palazzo d'Inverno, ma diffusi nella molteplicità della vita, nella lunga durata del giorno e nei cicli notturni dove avevano i loro clamori sessualità e travaglio della psiche, o trovavano spazio attonito le interrogazioni sul Divino e sull'oltre.
Il lavoro stava dentro e al centro di queste boscaglie, e trascolorava, mutava nei nuovi livelli dei saperi che s'interrogavano ormai persino sul generare, sulla creazione della vita umana. Poteva esserci, può esserci un processo di emancipazione, di liberazione del lavoro, che non cominci (solo cominci) a fare più nettamente e pazientemente i conti con questa inaudita complessità umana in cui naviga l'atto lavorativo?

Pietro Ingrao

 
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