l'Unità dossier - I parte - Un giornale particolare
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Un giornale particolare

l'Unità, dossier - I parte


1.Il primo incontro diretto con l'Unità io l'ebbi il pomeriggio del 26 luglio a Milano. La sera prima, a Roma, Mussolini era stato licenziato dal re. Vivevo clandestino a Milano, proveniente dalle falde della Presila, dove ero stato nascosto per tutta la primavera, braccato dalla polizia. A giugno era venuta la chiamata a Milano, ed ero in procinto di essere inviato a svolgere lavoro clandestino per il Partito comunista nell'agro campano, non molto lontano dal mio paese natio. Intanto avevo superato una sorta d'esame da parte di un dirigente del gruppo comunista che ormai operava in Italia settentrionale: Ilio Bosi. C'era stato un incontro - naturalmente sempre usando nomi cifrati - sulla panchina di una grande piazza alberata milanese. Bosi, molto sobrio, con fare paterno, mi aveva fatto domande di rito: sulla mia storia, sulle vicende di gruppo comunista romano e non ricordo che altro. Seppi poi, dall'amico e compagno Salvatore Di Benedetto, che l'esame era stato superato. Ero in attesa della partenza. Abitavo naturalmente clandestino, in una casa di Corso di Portanuova insieme con due compagni operai siciliani, i fratelli Impiduglia che mi ospitavano e mi difendevano dalla polizia, e una adorabile ragazza lombarda, unita al maggiore dei due fratelli, di nome Santina, che mi aiutò e protesse nei miei soggiorni segreti a Milano, con una grazia e un coraggio semplice, che non dava nemmeno spiegazione di sé.

La notte del 25 luglio era afosa. Nella casa dormivamo tutti un sonno pesante, quando d'improvviso e inatteso entrò Salvatore Di Benedetto, che era un po' il nostro capocellula e insieme quasi un fratello: sbattè le porte e si precipitò a gridare a squarciagola alla finestra: A morte Mussolini! Saltammo dal letto senza capire. Poi, infilati di furia i pantaloni, ci precipitammo con Di Benedetto nelle strade urlando: A morte il duce, abbasso il fascismo - gridi che risuonavano stranamente nella quiete afosa della notte. Ricordo figure affacciarsi dalle finestre, a chiedere: che c'è, che succede? Poi finimmo nel vortice di Porta Venezia dove una folla impazzita sciamava ed urlava. Più avanti abbracciammo esultanti Elio Vittorini.

E fu così tutta la notte, in una scia di gente tumultuante davanti alle sedi fasciste, da cui cadevano e finivano in falò carte, sedie, armadi, gagliardetti, come una scia di roghi. Tutto s'acquietò con l'imbiancarsi del cielo. La gente rifluì nelle case e negli uffici. Io finii con Vittorini e Di Benedetto nella sede della casa editrice Bompiani, dove Elio aveva il suo tavolo di lavoro. Da li partì la telefonata che fissava per il pomeriggio un camioncino a Porta Venezia. Fu iniziativa di Vittorini oppure di Salvatore Di Benedetto, il compagno siciliano che aveva i fili del contatto con il centro clandestino del partito a Milano? Non so dirlo. Circa alle 11 del mattino mi ritrovai stremato nella casa di corso di Portanuova. E fu un brevissimo sonno di piombo. Alle due ero di nuovo in un enorme corteo senza nome, che sfilò dinanzi a San Vittore chiedendo la liberazione dei prigionieri politici. Fu quella la prima rivendicazione, e non solo per struggente desiderio umano, ma perché fossero liberi quelli che dovevano guidarci in quella transizione così invocata, ancora così oscura, e - sin dai primi istanti - tanto ambigua. Nessuno poteva dimenticare che - incarcerato Mussolini - quasi tutta l'Italia era ancora nelle mani dei tedeschi. Poi dal carcere di San Vittore il corteo sfociò ancora a Porta Venezia, e dilagò attorno al camioncino affittato da Bompiani. Riuscii ad arrampicarmi sul tetto dell'auto, dove ci strappavamo da una mano all'altra i microfoni: comunisti, socialisti, anarchici, trotzkisti, repubblicani, e quanti altri non so dire. Conquistato il microfono riuscii a fare un brandello di comizio, che chiedeva la pace subito. L'indomani mattina il Corriere della Sera scrisse che in Piazza del Duomo aveva parlato "l'operaio" Pietro Ingrao. E quell'informazione sbagliata dette una prima notizia alla mia famiglia che da mesi di me non sapeva più nulla. § Mentre la manifestazione si prolungava nel tumulto dei gridi e degli appelli e nessuno sapeva dire quanto e come sarebbe durata, di colpo dall'alto del camioncino vedemmo avanzare dal lato della stazione una lunga fila di carri armati. In cima al primo, stava un tenentino, magro, giovanissimo, con la pistola in mano: indimenticabile. La fila dei carri armati spaccò in due la folla. Un gruppo di soldati, dall'uno e dall'altro fianco, la rigettò sui margini della strada. Il tenente in cima al carro sembrava pietrificato. La folla premeva sui cordoni dei soldati muti, e fischiava alle loro orecchie appelli furenti e fraterni: Siamo con voi, vogliamo la pace, via i tedeschi, siete italiani, nostri fratelli!. Ricordo il volto di quei soldati a bocca chiusa come un cencio. Nella mia ingenua passione, mi sembrava di veder risorgere pagine dell'ottobre del '17, come le avevo lette nella Storia della rivoluzione russa di Trotzki. Quanto durò quel dialogo blindato tra folla e soldati? Tanto o forse poco. Chi erano quei soldati? Con chi stavano? Chi li mandava? Improvvisamente (ho nitida ancora oggi nella mente l'immagine) una giovane donna riuscì a spezzare la cintura dei soldati. Si staccò su tutti mentre sola traversava la strada, e di corsa si arrampicava sul tetto del carro armato, gridando parole che non si poterono udire. E tutto sembrava di nuovo incerto dopo l'accaduto della notte. Ma in un lampo tutto misteriosamente si sciolse. La lunga fila dei carri cominciò a ritirarsi. Abbandonava il terreno. E non sono mai riuscito a sapere se fu per un ordine esterno, o per un cambiamento nella testa di quel tenentino di fronte a quella figura femminile che pareva annullare la forza e la certezza di quei carri. La folla sciamò con gridi di esultanza. E io mi trovai trascinato da Salvatore Di Benedetto nella casa di Vittorini che lambiva Corso Venezia. Il pomeriggio di tardo luglio si faceva improvvisamente quieto, con quelle luci estive che si piegano nel lungo tramonto, preparando l'ombra della sera. § Nella casa c'era Celeste Negarville, uno dei dirigenti del PCI che era riuscito a rientrare clandestino in Italia, mentre si avvicinava il crollo di Mussolini. Nelle nostre goliardate di partito, gli fu appiccicato un nomignolo scherzoso: lo chiamammo il 'marchese di Negarville', per la stranezza di quel cognome, e soprattutto per il suo gusto dell'ironia e il successo che aveva tra le donne. Era invece un operaio, e tornava in Italia da un aspro esilio. Mi guardò con un breve sorriso, ed ebbe una battuta scherzosa sul mio 'comizio' a Porta Venezia. E mi fu detto che dovevamo preparare il numero dell'Unità sul grande evento romano. Io fui incaricato di fare la cronaca della manifestazione di Porta Venezia. Stranamente tutto però si svolgeva come in un lungo indugio dopo la vittoria. Negarville continuò tranquillo a conversare, quasi volesse assaporare quel luminoso tramonto lombardo. Mangiammo con calma. Poi, nella casa, ci ponemmo ciascuno al proprio posto di scrittura. E io cominciai a pesare le parole con cui raccontare quella manifestazione, in cui per la prima volta nella mia vita avevo parlato a una massa di popolo di cui sapevo nulla. Eravamo tutti presi nel nostro compito, quando la porta della stanza si aprì e apparvero due. Io continuai a scrivere. Gente della casa, pensai, compagni sconosciuti. Uno dei due, quasi sorpreso dalla nostra calma, disse due parole che ci lasciarono di stucco: Siamo carabinieri. In breve ci radunarono. Ci chiesero i nomi. Quando venne il turno mio non sapevo se dare il mio nome clandestino (Vittorio Infantino) o quello vero. Prima di me fu interrogato Negarville: disse quel suo strano nome vero. Dentro di me invece pensai: è un nome falso. Tuttavia dissi anch'io il mio nome vero: Pietro Ingrao. I carabinieri arrestarono Elio Vittorini, che figurava come colui che aveva disposto il camioncino per la manifestazione di Porta Venezia, e Salvatore Di Benedetto, che aveva risposto furente alle loro domande: che volevano? C'era o no finalmente la libertà? Scampati all'arresto, tutti pensammo che ci sarebbe stato un seguito: un brutto seguito. Non si dormì. Uscimmo alle prime luci, incerti se ci avrebbero arrestati sulla soglia perché a Roma tutto era cambiato, o invece si trattava di uno strascico incomprensibile del crollo del regime. Ho in mente ancora quell'alba così incerta, e il dubbio nostro quando nella città addormentata mettemmo il capo fuori dalla porta. Poi il sollievo. Non c'era nessuno ad arrestarci. La scelta fu di andare a scrivere quel numero dell'Unità in casa di Ernesto Treccani, che ci sembrava protetto da avventure di poliziotti che ancora non avessero capito l'accaduto. Negarville era calmo, persino un po' pigro, mi sembrava. Ma avevamo appena ricominciato il nostro lavoro di giornalisti neofiti che venne l'allarme: la polizia stava per arrivare anche a casa di Treccani. Ci trasferimmo di corsa alla tipografia Moneta, dove almeno c'era la tutela operaia di fronte a qualsiasi colpo di mano. Negarville era tanto sottile e arguto, quanto lento nella scrittura un po' prolissa. O forse dovette consultarsi con Roma. Alla fine l'editoriale fu pronto. Il titolo era lungo, calibrato e ridondante. Ma Negarville rifiutò la nostra sollecitazione che chiedeva un titolo più caldo, più breve. Poco dopo, con urla di evviva, un gruppo di operai ci portò stampato quel giornale a due facciate, che recava un nome famoso, così simbolico in quell'istante. C'era anche la mia cronaca sui fatti di Porta Venezia, che avevo pesato con ansia, parola per parola. E davvero era per me un inizio. Restai nella redazione segreta di quel giornale che non si sapeva se fosse ormai nella legge o ancora aspramente al bando. C'era anche Gillo Pontecorvo, in casa di Vittorini, quando accadde quella irruzione dei carabinieri? Non lo ricordo bene. Ad ogni modo nei giorni che seguirono fummo in tre gli addetti a quel foglio, tutto da fabbricare nell'ambiguo interludio che fu l'estate del '43. Celeste Negarville dalla Direzione del partito era stato chiamato a Roma. Girolamo Li Causi era il nuovo direttore (se si possono adoperare queste parole così normali per il subbuglio e le sollecitazioni di quella estate rovente). Nella redazione dell'Unità di Milano eravamo in tre: io, Gillo e Henriette, la fidanzata di Gillo, piombata dalla Francia: una giovane bellezza sconvolgente, venuta a raggiungere di corsa l'innamorato e che sembrava ignorare i rischi terribili che correvano le loro giovani vite. I testi di quel breve giornale erano composti in tipografie clandestine nell'hinterland di Milano, da cui li andavamo a ritirare per impaginarli in città: così eravamo come una fluttuante impresa, 'new labour' prima del tempo. Essenziale in quella segreta combinazione di lavori era la bicicletta. Ne avevamo una sola, ma con una larga e solida piattaforma in metallo dietro il sellino, splendida per poggiarvi ben mascherati i pacchi di piombo della composizione. La "portapacchi" fu per noi una sorta di arnese di guerra. Da essa i piombi finivano sul bancone dell'impaginatore, che per lungo tempo a Milano non fu un compagno, ma un tipografo qualunque, non so come scovato da noi, sito nella cerchia interna della città, poco lontano da Porta Ticinese. Sapeva e vedeva benissimo quale pericolo con quel lavoro egli correva. E tuttavia non ne parlammo mai esplicitamente insieme in quell'estate del '43, strano incastro di un ritrovamento di libertà e del dilagare della guerra nella penisola. Noi tre giornalisti clandestini eravamo allora molto attratti dalle forme che prendeva quel foglio ancora clandestino, Gillo ancora più di me. Chiedemmo ad Albe Steiner, cervello finissimo, di ridisegnare la testata dell'Unità, poiché quella del tempo di Gramsci ci sembrava bruttissima e ingombrante. Steiner ne immaginò una nuova, forte ed asciutta nel suo modulo razionalizzante d'epoca. Ci parve bellissima. Invece da Roma ci venne un aspro rimbrotto: come osavamo cambiare la gloriosa testata di Gramsci, quel nome favoloso che noi, reclute acerbe, solo allora cominciavamo un poco a conoscere? E tuttavia tenemmo ferma la testata steineriana. Ed esultammo quando su quel brevissimo foglio riuscimmo a stampare persino una foto di Stalin, con il braccio alzato a salutare. Curavamo spazi, titoli, architetture di quelle due magre pagine con una minuzia amorosa. Eppure sapevamo che ogni minuto di più in quella tipografia, dinanzi a quel bancone, poteva costarci parecchio caro. Una volta la paura fu grande. Ricordo il rumore di quella porta che si aprì e lasciò entrare una pattuglia tedesca, mentre eravamo con il tipografo di fronte e i piombi della pagina clandestina dell'Unità sul banco. Guardammo la scena allibiti, in assoluto silenzio, mentre sembrava certo che il tipografo crollasse. I tedeschi chiesero invece una informazione banale. E presto la porta si richiuse dietro di loro. Eravamo salvi. Per un po' di tempo abbandonammo quella tipografia, in qualche modo 'bruciata', come volevano le regole ferree della cospirazione. Ma dopo numerose, lunghe perlustrazioni ritornammo. Il tipografo ci trattò male, quasi con una stizza sprezzante. Ma aveva bisogno di soldi, e il contatto riprese. A metà agosto Milano bruciava sotto i bombardamenti feroci di quella estate, in cui le potenze occidentali (gli inglesi prima di tutto) volevano chiudere la partita italiana. Prima dell'imbrunire noi fuggivamo a Monza, a dormire in case amiche. Una volta la notte mi colse a Milano in casa di un compagno carissimo, Raffaellino De Grada. Allo squillo delle sirene di allarme ci precipitammo nel rifugio. Non so dire quanto durò l'attacco aereo. Sentivo bombe esplodere esattamente al mio fianco, appena al di là di una fragile parete: e come si avvicinassero passo a passo. Alle prime luci dell'alba girammo a lungo tra i quartieri distrutti, increduli sulla vita salvata in quei cumuli di macerie e strade sventrate: in quella città trafitta come poi la cantò Quasimodo. Succedevano anche cose incredibili. La mia compagna Laura Lombardo Radice e mio fratello da Roma vennero a cercarmi a Milano. Sbalordito ed incredulo me li vidi davanti all'improvviso, mentre giravo con la nostra "portapacchi" in una via prossima alla stazione centrale. Fu una fortuna, perché essi avevano un recapito segreto, che proprio in quei giorni era saltato per una retata della polizia. Né io sapevo nulla del loro viaggio. L'otto settembre venne per me dalla radio, in un principio di sera molliccia, nebbiosa, in un caffè della periferia dove mi trovavo per caso. Non so se è una forzatura della memoria. Ma a notte calata mi parve di aver visto già i plotoni tedeschi che pattugliavano le strade. Sull'Unità clandestina facemmo un titolo a caratteri cubitali, che diceva più o meno: Avanti verso l'insurrezione nazionale...: l'aveva portato a noi direttamente Li Causi. E mi colpì per la nettezza con cui quel titolo non solo anticipava un esito così lontano, in quei giorni così incerti su tutto, ma per la perentorietà con cui quel breve foglio, di nuovo assolutamente clandestino, metteva in campo la sua prima ed essenziale ragione di esistenza. Il giornale proclamava nudamente il suo fine. La relazione fra le notizie dell'accaduto e quel compito diveniva stringente. E pareva cancellata la lenta mediazione dell'assorbire, giorno dopo giorno, il senso delle vicende. Il giornale diveniva come un proiettile. Veniva 'confessato', esplicato quel nesso - per noi così imperioso! - fra l'informare e l'agire. Per un verso il giornale confessava la sua parzialità, o faziosità se volete, per un altro dilatava il suo spazio e la sua funzione. Quante volte poi saremmo inciampati in quell'impiccio, per il quale dovevamo capire e raccontare ciò che era successo e contemporaneamente trarne subito (o quasi) le conseguenze nell'agire. Si spiegava così quel 'pedagogismo' ostinato, che poi ispirò ai nostri avversari quella caustica battuta sul comunista che alle obiezioni risponde: Compagni l'Unità non lo dice..., e nel fare il giornale ci obbligava continuamente a mischiare l'informazione e l'appello, il racconto del fatto e la costruzione di una risposta di massa. Più tardi, dopo il crollo del fascismo, per lunghi anni, in quella redazione dell'Unità mi trovai a risolvere questo rebus difficile, che ci obbligava non solo a 'raccontare', ma a cercare presuntuosamente il filo dell'accadere e ricavarne esplicitamente le conseguenze di azione. Informare e fare agitazione: non stava forse qui la difficoltà (il limite) di quel foglio, ma anche il fascino, il connotato che lo legò così strettamente alla vita e alle passioni di tanti italiani? L'Unità dai lettori veniva conservata. E si poteva leggere all'alba, ancora assonnati, sul seggiolino di un autobus, oppure a tarda sera, tra un boccone e l'altro della cena prima di andare alla riunione di sezione, o anche a letto, sull'orlo del sonno. Oppure mettere da parte, conservare questo o quel numero, che poi non sarebbe stato letto mai, dimenticato tra i fasci di carte di un armadio: questa natura curiosa di un giornale quotidiano, che durava al di là del giorno. 2.A dicembre del '43 da Milano fui trasferito all'Unità clandestina di Roma. Vi rimasi solo quattro mesi. Poi la liberazione si avvicinava e passai alla Federazione comunista di Roma (naturalmente clandestina). Per natura ero lento nell'agire, e tuttavia quel lavoro mi piaceva per il filo diretto che stabiliva con le persone vive in carne ed ossa. Ma presto trasmigrai nell'Esercito di liberazione, alla Divisione Mantova, disciplinato e puntiglioso sergente nella Compagnia cannoni. Quando vennero la capitolazione della Germania e la vittoria sul nazifascismo, ebbi l'onore di parlare alla truppa, e già sembrava molto. Il trenta maggio giungevo in congedo a Roma, il giorno stesso (le coincidenze singolari...) in cui mi nasceva la prima figlia: Celeste. Non ci fu riposo, e nell'ardore di quei giorni nemmeno sembrava possibile chiederlo. Dopo una settimana lavoravo all'edizione romana dell'Unità, promosso sul campo come capocronista. È difficile oggi dar conto del precipitare di certe scelte. All'Unità di Roma lavorava già Mario Alicata, compagno nella difficile cospirazione romana. E con me trentenne entrarono in redazione un gruppo di 'gappisti' più o meno tutti ventenni, e tutti partecipi, giovani figli della Resistenza romana: Alfredo Reichlin, Arminio Savioli, Luigi Pintor, Maurizio Ferrara, Pasquale Balsamo e Francesco Colonna, e insieme o poco dopo altri giovani che venivano dal ceppo dei "comunisti cristiani": Luciano Barca, Gabriele De Rosa. E un gruppo di ragazze quasi solo adolescenti: Mirella Acconciamessa, Adriana Schacherl... Quasi nessuno di noi aveva fatto politica in un giornale 'normale', né mai scritto un rigo d'informazione o di commento giornalistico. A dirigere l'Unità romana c'era in quel momento Velio Spano, sardo, prestigioso dirigente della cospirazione comunista, e caporedattore Renato Mieli, che da giovane aveva cospirato con Curiel, esule e sbarcato a Roma con l'arrivo degli alleati. Ma presto, quasi subito le cose mutarono. Spano (per un'antipatia di Togliatti o per i suoi articoli troppo fiammeggianti) fu spostato a lavorare alla sezione Esteri del partito. Divenne direttore Mario Alicata con quella turba di giovani e ragazze, ignari del mestiere, a interrogarsi e a cimentarsi nientemeno che sull'avvenire del mondo come sarebbe stato dopo il crollo di Hitler. C'erano sì in quelle stanze di via IV novembre alcune figure storiche del giornalismo comunista: Felice Platone, Ottavio Pastore. Ogni tanto, compariva a consegnarci un articolo, Ruggiero Grieco, e faceva capannello con noi giovani. Ma la vita di quel foglio era tutta, tutta nelle mani di quella nuova leva di agri giornalisti. Perché Togliatti (fu lui in fondo) fece quella scelta così rischiosa, e non solo a Roma, ma - con le dovute varianti - nelle edizioni dell'Unità di Milano, di Torino, di Genova? A mio avviso, non fu solo per bisogno o carenza di quadri, o perché il Partito (con la maiuscola) sembrava allora luogo ben più importante. Forse agì la volontà di un legame diretto con il paese com'era cresciuto negli anni dei comunisti in esilio, e di un allargamento di generazioni. Appunto, anche come età un partito nuovo. Altre teste, per acerbe che fossero. Fatta la scelta, Togliatti - imperioso com'era - interveniva solo in parte. Era giudice severo, anche sfottente, ostinato nelle sue manie linguistiche. Quasi ogni mattina arrivava al direttore un suo bigliettino scritto in inchiostro verde: mai di plauso, spesso di osservazioni sullo stile, molto sugli editoriali, a volte indicandoci i modelli del borghese Missiroli o del francese Léon Daudet, che - ci raccontava sogghignando - aveva scritto un editoriale sui tre modi di fare la frittata. Insomma gli errori erano nostri. E anche per il caso Vittorini io penso che il punto di partenza, la molla che scattò venne da Alicata: con il vile silenzio di alcuni di noi e, naturalmente, la grave ferita che ne ebbe l'Unità di Milano. Per noi non fu mai un modello la "Pravda" e nemmeno la leggendaria Humanité di Gabriel Peri e di Marcel Cachin. Invitammo Cachin a fare un giro per l'Italia. L'idea fu di Amerigo Terenzi, quel manager geniale che mi sollecitava a frequentare i salotti della capitale, perché - diceva - così un direttore di giornale costruiva le relazioni necessarie. Ma anche l'Huma ci pareva troppo secca, ufficiale, a suo modo dogmatica. Invece tutte le quattro 'centrali' del giornale - Milano, Torino, Genova e Roma - esprimevano un'enorme curiosità verso le varie articolazioni della società borghese. E parvero essenziali non solo l'insediamento specifico nelle quattro metropoli centrali (Roma, Milano, Torino, Genova), ma la trama delle redazioni locali. Firenze, ad esempio, fu importantissima per l'edizione romana, a riguardo del rapporto con tutto un mondo cattolico che da Firenze, con La Pira e Pistelli, si diramava nel paese, fino ad incidere sulla vicenda politica e ideale d'Italia. All'inizio, e per lungo tempo, le edizioni dell'Unità furono quattro: a Roma, Milano, Torino, e Genova: ognuna di esse con una propria redazione legata a quella molteplicità delle capitali d'Italia e dappertutto redattori e redattrici, giornalisti e amministratori non solo erano nuovi alla prova di un grande giornale, ma anche a un'esperienza politica nazionale: insomma teste in formazione, caratteri in cammino. A Torino c'era il legame quasi diretto con il mondo baldanzoso dell'Einaudi che avanzava sulla scena d'Italia e con le cattedrali operaie della FIAT; così come a Genova fu un confronto obbligato con la cultura dell'industria di Stato, e a Milano si incontravano il gruppo dello scomunicato Vittorini e di Franco Fortini con gli allievi di Banfi e con il populismo di Ulisse (Lajolo), e infine l'influenza indiretta ma dura della sinistra operaia di Vaia e Alberganti. Più difficile, molto più difficile era il Sud, ma è stata persino messa in romanzo la storia tormentata della redazione napoletana, che aveva alle spalle tutori esigenti come Giorgio Amendola e Salvatore Cacciapuoti. E Palermo vedeva l'incontro non sempre armonioso fra la giovanissima redazione dell'Unità e l'esperienza a rischio dell'Ora, uno dei giornali cosiddetti fiancheggiatori che sorgevano a fianco e gelosamente diversi dall'Unità. E fu assolutamente singolare che un partito così centralista, così (a suo modo) 'ideologico' come il PCI si affidasse, per la sua presenza quotidiana ed ufficiale e nel dibattito delle idee, a quei manipoli di reclute a volte giovanissime, quella nuova generazione passata certo attraverso la prova della Resistenza, ma così agra come esperienza politica e ignara del lavoro in un giornale quotidiano. Si può dire che quella scelta di un salto così netto di generazione fu propria di Togliatti nella sua ossessione di costruire un altro Partito comunista, appunto un partito nuovo? Di sicuro fu così. Ma la scelta così marcata di una nuova generazione, quasi imberbe, aveva fonti e radici più profonde. Agiva la tensione ossessiva di quel soggetto politico comunista a 'nazionalizzarsi', a mettere radici nelle 'cento città' della storia italiana, per cancellare l'attacco più grave che veniva dall'avversario quando parlava di "servi di Mosca": Mosca dove era stata proibita la religione, spezzata la famiglia, dissolta la proprietà, e quindi luogo radicalmente altro dalla storia, dal costume italiano. Appunto: comunisti come stranieri. Più di ogni dichiarazione di principio contro quest'attacco sostanziale valeva l'espandersi di un soggetto politico ramificato capillarmente nella società e capace di una presenza ogni giorno, e - per così dire - su tutti i campi, fino anche alla cronaca nera. Quando fui, d'improvviso, chiamato a fare il capocronista nell'Unità romana non so quanti 'capocronaca' (e a volte anche editoriali) scrissi sui delitti misteriosi (il caso Laffi...) che insanguinavano la capitale del dopoguerra. Ricordo una mattinata d'aprile in cui mi trovai a girare per le vie di Roma in un giorno immacolato, e mi chiesi perché non facevo mai un capocronaca sull'incanto dell'aprile a Roma quando gli lasciava un po' di respiro l'estate. E tuttavia noi volevamo, dovevamo stare anche nelle pieghe dei delitti romani. Tale fu il nostro aggrapparsi al territorio: fino all'inseguimento del 'folclore'. In una festa dell'Unità (settembre 1948), quella in cui Togliatti tornava dopo l'attentato di luglio, nel lungo corteo che sfilava per Piazza del Popolo tutti applaudimmo freneticamente la rappresentanza del partito napoletano in cui sotto le bandiere rosse saltavano nacchere e pulcinella. Ed era palesemente un'esagerazione. Naturalmente il punto centrale di quel giornale 'rosso', la sua più profonda novità era il posto che nelle pagine aveva il lavoro. Qui era la sua differenza di fondo. Fummo il giornale che portava nei grandi titoli di prima pagina e con il maggiore risalto le lotte e i drammi, le sconfitte e le vittorie del mondo del lavoro. Non so esattamente per quanto tempo, ma quasi di sicuro fino agli anni Sessanta, i grandi giornali borghesi non davano mai l'onore della prima pagina alle vertenze del lavoro: nemmeno per esaltare le vittorie del padronato. Fu l'Unità che tolse dal ghetto quel tema, nei giorni buoni e in quelli cattivi, quando si vinceva o quando c'era l'amaro lutto della sconfitta. E qui è da ricordare che - dopo una brevissima parentesi dall'estate del '43 a quella del '45 - i sindacati non ebbero mai un loro quotidiano. Per decenni, e anche quando sorse la TV, il sostegno diuturno alle lotte del lavoro stette sulle spalle dell'Unità. E forse qui fu il ruolo, la ragione più grande, il senso più intimo che ha avuto quella testata di giornale: si potrebbe dire la sua motivazione storica. E non fu solo notizia e denuncia: fu (ecco il senso profondo) costruzione di un fare, dentro e al di là delle mura della fabbrica. E ci aggrappavamo a tutti gli appigli per produrre azione attorno al giornale. Quando avvenne la strage di Melissa, scrissi una lettera aperta a Zavattini per un viaggio in Calabria nei luoghi della disperazione contadina. Zavattini non potè. Ma ci fu una catena di giornalisti di varia tendenza che mise in atto quella specie di inchiesta collettiva. Tentavamo di visitare e raccontare luoghi e vicende del dramma sociale in quell'Italia in sconvolgente mutazione. Il tema cruciale era la sorte delle classi lavoratrici. Qui si realizzava la differenza, la vera novità, la scoperta di quel giornale: l'evento del lavoro in prima pagina, ciò che per molti anni non fecero né il Messaggero né il Corriere della Sera, né l'austera Stampa di Torino. Qui su questo nodo, L'Unità cambiò l'agenda, incise alla fine anche sulla stampa borghese. La battuta geniale (inventata da Guareschi? O da chi?): Compagno, l'Unità non lo dice, in fondo, e a guardar bene, riconosceva e sottolineava il nostro successo. E anche quell'invenzione curiosa che ci spinse a portare la domenica il giornale dentro le case (quelle amiche e quelle ostili) si reggeva non solo sulla generosità degli "Amici dell'Unità", ma anche sul fatto che eravamo divenuti un fattore del senso comune. Questo fu frutto di redazioni, che erano 'collettivi', luoghi di ricerca e di iniziative a loro modo geniali. Quando nel '55 accadde la grave sconfitta alla FIAT, la redazione torinese dell'Unità con Barca, Minucci e Novelli fu caldo luogo di ricerca e di lotta politica, dove si mischiarono intellettuali, giornalisti e avanguardie del movimento operaio torinese. E prima ancora che arrivasse al giornale "Fortebraccio", sapevamo anche ridere. All'Unità di Roma Tommaso Chiaretti, un redattore che sembrava intriso di timidezza, inventò una rubrica brevissima Il dito nell'occhio, che divenne famosa. Era fatta essenzialmente di una lancinante raccolta di fesserie dette dai nostri avversari. E fra di essi c'era sempre alla fine una figura assolutamente privilegiata, che si chiamava: Il fesso del giorno. Il 31 dicembre nella rubrica c'era infine Il fesso dell'anno. Una volta toccò clamorosamente a Giuseppe Saragat. C'erano anche giochi interni quasi irripetibili. Un giornalista impertinente, Pasquale Balsamo, si divertiva a inserire il nome di donne fascinose nell'elenco degli arrivi del giro d'Italia, o anche di compagni antipatici messi fra gli ultimi della lista d'arrivo. In verità in quanto giornale popolare e di massa, davamo molto spazio allo sport e quindi al Giro d'Italia, allora forse più popolare e oggetto di grandi passioni che non oggi. Mandavamo come resocontista al Giro Attilio Camoriano, un 'inviato' geniale che raccontava la corsa come un romanzo. Un anno, insieme con lui mandammo Alfonso Gatto, voce fresca e geniale della poesia italiana novecentesca. Era un modo di rileggere il 'Giro' e insieme di incrinare la recinzione degli intellettuali, spingerli nella cronaca delle passioni popolari, fuori da quella che allora la sinistra (e non solo essa) chiamava la torre d'avorio. Ma questi erano un po' ghirigori. Sul cammino della cultura l'Unità fu terreno di battaglie aspre, alcune tardive e sbagliate come quella sul realismo. E non perché gli 'astratti' non piacessero assolutamente a Togliatti, ma perché su quel confronto di culture il giornale stesso si spaccava, e sgorgavano differenze aspre tra le varie edizioni, fra l'hegelo-marxismo dei romani o l'ortodossia un po' fanatica di una testa fine come Sereni, e le voci milanesi che tanto mutuavano dalla scuola di Banfi, o la Firenze di Luporini schiusa al pensiero tedesco del Novecento e alla riscoperta di un Leopardi progressista. L'Unità era parte ed eco di questo confronto. E il suo comparto culturale fu sicuramente il più tormentato. Poi venne l'indimenticabile 1956 (come dopo mi avvenne di chiamarlo). E cominciammo appena a misurare il nostro limite ed errore, che era più grave del sopruso fatto all'Ungheria: chiamava in causa aspramente la nostra idea dell'epoca, il suo domani, e perciò l'orizzonte stesso di quel foglio ambizioso del comunismo italiano.
 
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