Il dubbio dei vincitori
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IL DUBBIO DEI VINCITORI

RACCOLTA DI POESIE

PIETRO INGRAO

1986

 

Se la politica non è come prima cosa efficienza della macchina, abilità di manovratori, ma è discutere dei fondamenti, tenere aperta la questione essenziale dell'uguaglianza;  e se l'ideale, invece di volare verso mondi cullati nel pensiero, è la forza concreta, quotidiana che muove l'attività con una precisione che nessuna macchina avrà mai... Allora l'utopia non è qualcosa di insignificante perché impra­ticabile, ma è l'energia del fare sempre tesa e mobile perché non si placa mai in nessun luogo. Allora la politica è vicina alla poesia. E non stupisce che Pietro Ingrao, uno dei protagonisti  della vita  della  nostra  repubblica, abbia scritto una raccolta di versi:  sia un poeta, e per quella scrittura che non ammette consolazioni o compiacimenti ma scava come il tempo segni irriducibili. Cerchiamo un accesso a questo libro (scritto a partire dalla fine degli anni settanta) con un rilievo «tematico». Già il titolo, II dubbio dei vincitori - secondo verso di un distico che ha come primo «l'indicibile dei vinti» - rimanda a quel  piano incomunicabile  di  avvenimenti dove i risultati di una battaglia si spalancano nudi sotto le luci incommensurabili del sole. Si potrebbe dire: l'articolazione del linguaggio rispetto al fato; molta parte di questa poesia sembra realizzarsi nel rapporto tra l'operosità umana e una presenza estranea e implacabile, con le reazioni di sbigottimento e dolce solida­rietà che accompagnano l'esperienza del desti­no («Pensammo una torre. / Scavammo nella polvere.»). Così che si può pensare che luoghi tipici della scrittura di Ingrao siano i passaggi da un linguaggio umano, discutibile, a uno indiscutibile, fatale: quasi che una struttura oppositiva, ossimorica profonda governi que­sta voce, un ossimoro non voluto ma inevitabile e pagato duramente con la vita (una parola dominante nel testo è «sete»). Meditazione asciutta e assetata, poesia che affonda nel pensiero.

Colpisce nel linguaggio di questo poeta la varietà di forme - aforistiche o dialogiche o narranti - e gli scatti, i balzi ellittici fulminei. Ma tra i rilievi «linguistici» il più originale e caratterizzato mi pare il timbro, che è quasi l'etica dello scrivere. E seguendo il timbro, netto e tenace come quello di chi vive l'esteti­ca senza cercarla, si può anche tentare un riferimento letterario: certo Ingrao ha attra­versato e amato, come tutti noi, la grammatica di Ungaretti e la sintassi di Montale. Ma la sua ricerca va oltre: verso quell'epica collettiva e individuale, dai classici fino a Leopardi, nella quale l'esperienza si brucia a stretto contatto con la necessità degli eventi lasciando come unica parola possibile la poesia.

Cesare Viviani

 



 
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