Intervento Marrigo Rosato
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Giovedì 05 Novembre 2015 14:01

Intervento di Marrigo Rosato

Quando nel novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini venne assassinato barbaramente nel Lido di Ostia, Alberto Moravia urlò a squarcia gola che era morto un poeta e che di poeti ne nascono uno ogni cento anni. Noi questa sera stiamo rendendo omaggio a Pietro Ingrao, che è stato un poeta, un grande poeta.

Un comunista eretico, come è stato definito. Innanzitutto un comunista italiano, è stato. Di quella pasta cioè che quando è caduto il muro di Berlino non ci ha fatto vivere quell’evento come un dramma. L’89 per noi è stato una liberazione da quel peso, perché noi venivamo da quel pensiero, dall’ingraismo, che ci ha fatto vivere il comunismo come un processo di liberazione, come una ricerca incessante delle cose, come un modo per capire i processi della società; dove il dissenso non veniva vissuto come un fatto negativo – avendo lui manifestato il dissenso, come ben sapete, in modo chiaro all’XI Congresso -; avendoci fatto vivere e parlare, capire anche, che cosa era il vivente non umano.

Poi ci sono quelle parole scolpite in quell’ultimo libretto che ci ha lasciato, a testimonianza, a Maria Luisa Boccia ed Alberto Olivetti: “Mi pesa la sofferenza altrui. Non è un sentimento altruistico. Sono io che sto male, che vivo come insopportabili le condizioni di vita degli oppressi e degli sfruttati”. Così Pietro diceva pochi anni fa. E così tu allora capisci che per lui la politica era un bisogno per se stesso, per muoversi, per capire il dramma dei tossicodipendenti.

Io voglio raccontarvi, ero giovane Segretario della FGCI, nella metà degli anni ’80, quando si discuteva in Italia della penalizzazione dei reati per colpire i tossicodipendenti e lui volle incontrare un gruppo di tossicodipendenti, insieme ai compagni della Federazione di Latina, e lo accompagnammo da Padre Domenico De Rosa ad Itri e ad alcune comunità terapeutiche a Latina. E lui incontrò questi giovani ma non mettendosi dall’altra parte della cattedra, insieme a loro, parlando con loro, per capire i loro problemi perché lui riteneva che non ci fosse da applicare pene, sanzioni - da parte dello Stato – ma ci fosse un bisogno di capire la sofferenza dei giovani, di capire perché quel ragazzo o quella ragazza erano arrivati al punto di avere il bisogno dell’eroina e della droga per sfuggire ai drammi della società.

E così ci ha fatto ragionare sulle condizioni dei lavoratori. Basterebbe leggere quel piccolo saggio, “La Tipo e la notte,” quando cioè la Fiat decise di obbligare a Melfi i lavoratori ai turni di notte, per capire come lui reagì sostenendo che la notte è un bisogno umano, imprescindibile, perché la notte serve per riposare, per riflettere, per riacquistare le forze. Oppure quando, insieme ad Eduardo…. - so che è qui, tra noi questa sera, un giornalista del Mattino e ci sono anche i depositari delle carte di Ingrao, Maria Luisa Boccia e gli amici ed i compagni del CRS- … è da indagare, è da esplorare. Io ricordo che mi fece una telefonata nell’84, quando morì Eduardo De Filippo. C’era una lunga fila, ovviamente, per rendere omaggio al grande regista ed attore napoletano, e lui mi fece tesoro di una cosa. Era rammaricato stavano costruendo, insieme ad Eduardo, un progetto per recuperare e per andare incontro ai ragazzi di Nisida. E’ da riscoprire quell’intervento, è da capire cosa stavano progettando quei due lì, quei due lì, un Senatore a Vita ed il compagno Ingrao.

Oppure a Lenola. Era già ottantenne, agli inizi degli anni ’90. Credo che ci abbia, come si dice.. così lasciatemi dire in gergo un poco così… ci ha sturato le orecchie.. ci ha fatto uscire il sangue dalle orecchie a noi, a Fabio, a me, a Sergio, a tanti altri che avevano – direttamente o no – responsabilità amministrative; lui sentiva come un bisogno innanzitutto per se stesso, il disagio che stavano vivendo i concittadini suoi, i lenolesi, perché avevano il disagio dell’acqua che mancava.

E lui ci diceva: “Io posso permettermi di comperare l’acqua minerale, di ordinare anche l’autobotte per fare la doccia, ma quanti operai, quanti contadini, quante donne non possono permettersi quello che io posso permettermi?”. E lui si mise a capo di un popolo. Ed organizzò riunioni nei Comuni del Sud Pontino, a Formia, a Fondi, sollecitando la Prefettura, il Consorzio degli Acquedotti degli Aurunci, telefonando al Governo perché assumessero decisioni, provvedimenti, per risolvere il disagio che era di Lenola, ma purtroppo non era solo di Lenola. C’era quindi in lui una attenzione costante verso gli sconfitti, o come diceva Don Milani, gli ultimi. O, per venire alle cose di oggi, il 1991, ventisei anni fa, lui scrisse un articolo, un piccolo saggio, “La Civiltà dell’Indifferenza”, e si interrogava sull’egoismo moderno. L’egoismo, cioè, di noi che ci riteniamo una civiltà evoluta, portatori di valori importanti, noi Europei. Eppure denunciava quel processo per il quale noi stiamo diventando un popolo egoista perché non capiamo che ci sono processi, movimenti di persone dalla pelle nera ma non solo, che scappano dalla fame, dalla guerra, e noi siamo stati coloro che li abbiamo depredati delle risorse più importanti.

Non parlava del fatto che noi eravamo 27 milioni, 27 milioni di emigranti, e che in fondo avremmo anche un dovere anche noi. No, lui si interrogava sull’egoismo di chi oggi sta bene e non riconosce i drammi di chi bussa alla nostra porta.

E così tu capivi perché Pietro riusciva ad entrare nel cuore anche dei cattolici. Di Giorgio La Pira, di Capitini, di Benedetto Calati, di Don Roberto Sardelli con cui ha condiviso tante lotte per i baraccati di Arco Felice.

Caro Pietro, tu ci hai fatto il dono più bello, tu ci hai fatto vivere la politica come un impegno costante per combattere le ingiustizie. Tu ci hai scritto che la politica, per te, era pensare l’impossibile. La politica è una cosa bella - ha ripetuto anche oggi Laura Boldrini -, che vale la pena sporcarsi le mani per gli ideali di pace, di libertà e di giustizia. In fondo è questa la politica che tu – come dire? – hai incontrato il 17 luglio del 1936 quando fosti preso a calci – come hai detto – e decidesti di mettere da parte i libri su cui studiavi ed entrasti in clandestinità per combattere il nazifascismo, per liberare l’Italia dalla dittatura. E ci hai donato la libertà.

Che dire? E’ stato un grande onore per me conoscerlo. Era il 1976… non voglio raccontare tutto ciò che è stato, ma per me è stato bello, è stato straordinario frequentarlo, incontrarlo, parlarci. E’ stato un arricchimento continuo.

Anche l’anno scorso quando – lui che è stato uno dei padri della Patria, uno degli artefici della costruzione dell’Italia moderna… ha attraversato il secolo, il ‘900 – ci recammo lì, a casa sua, per spiegargli questo progetto di iniziative che stavamo costruendo insieme al CRS per valorizzare la storia cosiddetta minore del novecento in queste parti. Cosa era stato a Lenola – le cose che diceva Egidio – che erano il retaggio di un paese arretrato, ancora impregnato di una cultura signorile, medioevale. Che cosa era stato a Fondi, con le lotte dei braccianti del febbraio del ’69; ma che cosa era stato l’incontro con gli intellettuali fondani, con De Santis, con De Libero, con Dan Danino Di Sarra.

Che cosa era stata la sua formazione a Formia, la frequentazione del Liceo Vitruvio Pollione e l’incontro con due professori che sono stati importanti per la sua vita, per la sua formazione, poi trucidati alle Fosse Ardeatine, Pilo Albertelli e Gioacchino Gesmundo. Li abbiamo ricordati in una bellissima ricostruzione storica che facemmo l’anno scorso con il Professor Nilo Cardillo. Che cosa era stata la vicenda la vicenda degli “scioperi alla riversa” nei Monti Lepini, del sostegno che lui ed altri comunisti, dirigenti, avevano dato ai Sindaci “rossi”, a Manfredo Tretola, a “Bufalotto”, a Titta Giorgi, a Mario Berti, oppure a capi popolo semplici come Francesco Spelta, il suo grande amico di lunga data. Che cosa era stata per lui la ricostruzione, che cosa ha significato anche il mare di Gaeta, i paesaggi degli Ausoni ed il mare che lui ha frequentato. Pietro ha amato questo territorio.

Forse siamo stati noi che non abbiamo amato abbastanza lui.

Forse basterebbe leggere le pagine di “Volevo la luna” per capire quanto amore lui avesse per questo territorio. Sono pagine bellissime, sono ricche di… poi Pietro aveva una cura della parola; è una poesia rileggere quelle pagine. Ma lì ritrovi i luoghi del nostro territorio, dalla Tomba di Cicerone, a Fondi, a Formia. E tu senti i sapori, i profumi, del nostro territorio. Qualche giorno fa – come voi sapete abbiamo costruito una pagina dedicata al centenario di Ingrao – e mi interrogavo, dicevo: ma che cosa rimane di questo pensiero? Che cosa rimane a noi, al mondo, alla cosiddetta sinistra, ai comunisti, ex comunisti e quant’altro?

Ecco, noi siamo, credo, custodi di un pensiero moderno, di un pensiero che vive, che è come una sorgente da cui tu peschi e trovi sempre un bicchiere di acqua fresca; come un’acqua che non ti manca mai, che quando la bevi ti disseta nei momenti di arsura.

Ecco, sta a tutti noi, oggi, far vivere questo pensiero, farlo camminare con la nostra testa e le nostre gambe.

Siamo consapevoli di essere portatori di un pensiero autentico ed importante. Caro Pietro tu ci hai lasciato ma rimarrai, credo, per sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti.

Ciao Pietro.


marrigo rosato

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Novembre 2015 14:13
 
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