Commemorazione al Senato
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Domenica 01 Novembre 2015 09:42

Resoconto stenografico

PRESIDENTE. (Si leva in piedi e con lui tutta l’Assemblea). Dopo cento anni di una vita intensa è morto domenica Pietro Ingrao.

Nasce all’inizio del primo conflitto mondiale e cresce nella dura temperie delle due guerre che insanguinavano il Continente. Giovane intellettuale si getta con passione nella lotta politica. Come racconta nella sua autobiografia, la guerra civile di Spagna, la necessità di impegnarsi, lo strapparono – sono parole sue – «all’arcadia e alle passioni che segnavano i primi amori per la scrittura letteraria». Maturò così in lui quella scelta di vita che ne ha fatto uno dei protagonisti della politica italiana. Abbiamo avuto corali testimonianze in questi ultimi giorni della qualità straordinaria della sua esperienza di uomo, di intellettuale, di dirigente e militante; della sua particolare capacità di leggere e interpretare le trasformazioni dell’Italia da Paese agricolo a Paese industriale, segnato dall’emigrazione come anche dall’avvento dei consumi di massa e dalla rivoluzione dei costumi.

La sua particolare sensibilità ne ha fatto anche un politico amato da quelle folle che animavano attente i suoi comizi. Ma Pietro Ingrao è stato anche un protagonista della vita delle nostre istituzioni. Deputato dal 1948 al 1992 (quando scelse di non ricandidarsi) e Presidente del Gruppo del Partito Comunista alla Camera dei deputati dal 1968 al 1972, fu Presidente dell’Assemblea dal 1976 al 1979, in anni cruciali e drammatici della storia repubblicana. Colpisce il suo discorso nell’Aula di Montecitorio con cui volle aprire questa esperienza. Consapevole della gravità del momento (la crisi economica, la disoccupazione, il flagello dell’inflazione) Ingrao rivendica al Parlamento – sono sue parole – "un decisivo ruolo di unificazione reale del Paese".

Il Parlamento, nella visione di Ingrao, deve essere sempre più "l’organo che promuove e unifica questa originale democrazia di popolo che caratterizza il nostro Paese".

Lui, che era stato, da Presidente del Gruppo Comunista, uno dei protagonisti della riforma dei Regolamenti del 1971, da Presidente di Assemblea sviluppa l’idea del Parlamento come istituzione unitaria, le cui parti pure in conflitto esercitano comunque insieme le proprie funzioni. Ingrao stimola il rafforzamento della funzione dei Gruppi, che divengono i veri soggetti decisionali in tutte le attività interne delle Camere; introduce la programmazione dei lavori parlamentari come metodo attraverso il quale il Parlamento, insieme al Governo, organizza la funzione legislativa e quella di controllo. Fa della Camera, dei suoi uffici, della sua biblioteca, centri di cultura aperti al pubblico e di supporto qualificato di documentazione per i lavori parlamentari.

Tutto questo in un momento in cui drammatica si faceva la sfida del terrorismo alle istituzioni repubblicane. La scia di sangue di tanti servitori dello Stato, professori, giornalisti, operai condizionerà l’intera legislatura.

Toccò proprio a Ingrao il duro compito di annunciare, il 16 marzo del 1978, la strage di Via Fani. E a lui toccò tenere saldo, insieme ad Amintore Fanfani, il timone del Parlamento nei giorni difficili che costituiscono un vero spartiacque della storia della nostra Repubblica.

In questo frangente, il presidente Ingrao nell’Aula di Montecitorio disse: "vogliono ridurre la politica a guerra di squadre armate, vogliono dimostrare che la democrazia è impossibile, vogliono stracciare la Costituzione non solo come norma scritta ma come convinzione, fiducia, speranza dentro l’anima del popolo (...) e noi" proseguiva Ingrao "vogliamo dimostrare che la Costituzione, frutto della lotta creatrice del nostro popolo e delle sue libere organizzazioni, apre un orizzonte nuovo, in cui milioni e milioni di uomini e di donne possono confrontarsi nella libertà, possono trasformare se stessi e la società sulla base della convinzione e del consenso".

Lasciato lo scranno più alto di Montecitorio, Pietro Ingrao ha continuato, con la larghezza di orizzonti e la passione intellettuale che gli erano propri, a lavorare per attuare lo spirito della Costituzione. Lo fece in particolare da presidente del Centro di studi per la riforma dello Stato, sempre rivendicando il ruolo centrale del Parlamento.

Nella concezione di Ingrao – sono sempre sue parole – "un Parlamento per essere forte ha bisogno di un Governo forte, e non di una confusione di ruoli". Le patologie da correggere (Ingrao segnalava in particolare "l’ondata dei decreti-legge che mettono il Parlamento di fronte al fatto compiuto"), come anche le riforme da fare nella struttura stessa del Parlamento, non possono però cancellare questa differenza di ruoli che non può essere sacrificata – diceva Ingrao – in nome di una astratta governabilità.

L’uomo che, riflettendo sulla sua vita di militante, ha scritto in una sua poesia «pensammo una torre/scavammo nella polvere» da uomo delle istituzioni e intellettuale che su queste ha riflettuto ci ha dato, oltre a un insegnamento alto e un modello di rigore, anche una lezione ancora attuale e per certi versi preveggente, con cui dobbiamo e dovremo ancora confrontarci.

Saluto i familiari presenti nelle tribune, ai quali rinnovo le espressioni di profondo cordoglio e partecipazione. Invito l’Assemblea ad osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento.

(L’Assemblea osserva un minuto di silenzio. Vivi, prolungati applausi).

TRONTI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TRONTI (PD). Signor Presidente, colleghe e colleghi, è con profonda commozione – e lo sentirete dal tono della mia voce – che cerco di trovare le parole adeguate a ricordare la figura, la persona, di Pietro Ingrao.

Non ripercorrerò le vicende contrastate della sua vita politica. Le impegnate parole del presidente Grasso hanno già assolto a questo compito.

Voglio illuminare con dei lampi l’uomo Ingrao, l’essenza umana del politico Ingrao: e cerco di farlo più con le sue parole che con le mie. Quelle parole soprattutto dell’ultima fase della sua vita, che ha fatto in tempo a occupare un intero secolo. La morte, l’ultimo nemico, come recitano le Scritture ha faticato ad abbattere le vecchia quercia.

Eravamo così abituati a sentirlo e a farci sentire, a saperlo presente dietro di noi, che questo silenzio, adesso, ci peserà. Ma proprio sul silenzio aveva detto, appena qualche anno fa, delle parole intense: "Il silenzio" diceva "non è un nulla, una assenza. È un pensare interiormente... taci, ma compi l’atto del tacere. Essere silenzioso è un agire... e la poesia, per me, è come una lettura del silenzio".

E silenzioso era stato in questi suoi ultimi anni, naturalmente appartato, dopo una vita in cui – usando una frase celebre – la lotta era stato il suo elemento. Ma sempre curioso di tutto e di tutti. Il suo conversare era un continuo interrogare. Che fai, che dici, che pensi? Diceva ancora di sé: "Non sono mai stato uomo della regola. Mi piacevano troppe e disparate cose della vita e, con gli anni, questa disposizione si è acuita. Perciò" ecco una frase che lo definisce quasi per intero "siate gentili con la mia vecchiaia".

Quando, il 30 marzo scorso, abbiamo celebrato i suoi cento anni, solennemente alla Camera dei Deputati, alla presenza del presidente Mattarella e del presidente Napolitano, Camera dei Deputati di cui, come è stato ricordato, era stato Presidente negli anni drammatici 1976-79, si era pensato allora di intitolare la giornata: "Pietro Ingrao ovvero la nobiltà della politica". Poi, è sembrato che ci fosse in quell’espressione un’enfasi eccessiva, che magari lui non avrebbe gradito; ma oggi possiamo affermare che questo è il tema a cui ci richiama la scomparsa di quest’uomo. Bisogna trasmettere, soprattutto alle giovani generazioni, l’esempio di chi ha vissuto la politica in modo alto, come scelta di vita, dedicata a una causa.

Ingrao è stato un politico di professione; ha vissuto per la politica, non di politica; una professione, in senso weberiano, come Beruf, cioè anche vocazione. Ancora parole sue: "La politica nella mia vita è una passione tenace. Ancora oggi, in età così avanzata – è una conversazione del 2011 – non è spenta. Esito a spiegarla con una motivazione morale. Non la vivo come un dover essere, anzi, sono scosso da passioni vitali, direi dalla corporeità della vita".

Gettato letteralmente nella politica – come ci ha raccontato più volte – dalla grande storia (fine degli anni Quaranta) in mezzo a quel grande tragico secolo che è stato il Novecento, il fascismo alla fine, la guerra, la Resistenza, il dopoguerra, l’irruzione attraverso la Repubblica e attraverso la Costituzione, delle masse nello Stato, secondo una sua celebre definizione: Masse e potere è il titolo di un suo noto libro. Può sorprendere quel passo citato sopra: la passione politica che non si spiega con una motivazione morale, ma è argomentata in modo profondo e per me molto convincente. Diceva: "Mi pesa la sofferenza altrui. Ma non è un sentimento altruistico. Sono io che sto male, che vivo come insopportabili le condizioni di vita degli oppressi e degli sfruttati... La politica, quindi, è un agire per me non per gli altri". E allora diciamo noi oggi: siamo noi che stiamo male, quando vediamo uomini, donne e bambini che faticosamente camminano – un cammino della speranza – sulla rotaie dove in genere corrono i treni, per sfuggire alla guerra e alla miseria. Sono io che sto male quando mi chiedo: sono anche io responsabile di questa condizione del mondo? E che cosa posso fare per rimediare? E’ qui che scatta, deve scattare la motivazione alla politica.

Si è sempre dipinto Ingrao come un visionario. Si è insistito sul «Volevo la luna», del suo libro di memorie; ma diceva di sé´: "Diversamente da come spesso sono descritto, non sono un utopista visionario. La politica mi ha interessato nel suo fare. Mi accade ancora oggi – anche qui, 2011 – di prestare un’attenzione, perfino eccessiva, ai suoi passaggi tattici. Ebbene, anche questa è la politica nella sua ardua complessità. Del resto, di questi passaggi ne ha sbagliato qualcuno e lo ha onestamente e coraggiosamente riconosciuto. Diceva un’altra cosa: "Per me politica è: io e altri insieme, per influire, fosse pure per un grammo, sulle vicende umane. Fuori di questo agire collettivo non saprei fare politica".

Accanto al visionario, si è insistito sull’eretico. Ora, Presidente e cari colleghi, io sono solito fare una distinzione tra l’eretico e l’eterodosso, o il non ortodosso. L’eretico è quello che rompe ed esce dal proprio campo, dalla Chiesa; il non ortodosso è quello che combatte, con la critica, l’ortodossia, rimanendo nel proprio campo, nella Chiesa. Ingrao è questo secondo tipo di uomo, in cui anche io mi riconosco. Non ha mai fatto atto di pentimento dall’essere stato comunista. È stato sì critico, è stato in dissenso – ricordo la famosa frase: "non sarei sincero se vi dicessi che mi avete convinto..." – ma non ha mai ripudiato la scelta di vita che ha fatto una volta per tutte e per sempre. Fu senz’altro un uomo del dubbio, tanto che proprio II dubbio dei vincitori si intitola un suo libro di poesie. In realtà egli era anche uomo di certezze. Io credo profondamente che può dubitare, ha il diritto di dubitare, solo chi crede, chi crede in qualcosa, chi ha – chiamiamola con il suo nome – una fede. Viviamo in un tempo in cui per essere moderni, o peggio, post-moderni, non bisogna credere più a niente: è l’età dello scetticismo assoluto e del relativismo rampante. Ma come ha detto quel nichilista che era Cioran, chi non crede a niente finisce per credere a tutto, a tutto quello che gli viene raccontato. Da come l’ho conosciuto, devo dire che Ingrao ha vissuto con la stessa passione – una passione, appunto, politica – sia la speranza che la sconfitta del comunismo, con un orgoglio non domato. Indignarsi non basta, ha detto rispondendo all’Indignatevi! di Stephane Hessel.

Dice uno dei suoi versi: "Leva in alto la sconfitta", da leggere cosı`: dai un pensiero alto alla sconfitta e non farti abbassare da essa, ritenta, con la lotta, altri possibili passaggi, cammina sui vecchi sentieri senza lasciarti sfuggire nulla di ciò che è nuovo. Questo è il messaggio che Pietro ci lascia e spero – lasciatemi dire però che un po’ anche dispero – che venga raccolto.

(Prolungati applausi. I senatori del Gruppo PD si levano in piedi. Molte congratulazioni).

BONFRISCO (CoR). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BONFRISCO (CoR). Signor Presidente, certamente non è facile prendere la parola in questa occasione, dopo le sue parole e dopo quelle, così intense, del senatore Tronti, che ci ricorda che con Pietro Ingrao scompare l’ultimo bagliore del comunismo italiano e che con lui se ne va uno degli esponenti più rappresentativi e complessi del Partito comunista italiano. Il già citato «Volevo la luna», titolo della sua autobiografia, esprime bene sia la passione che egli ha sempre manifestato nella sua militanza comunista, sia le contraddizioni che hanno caratterizzato il suo pensiero e la sua azione politica, frutto dei suoi tanti dubbi non ortodossi, come ha detto appunto il senatore Tronti.

Egli sapeva guardare ai movimenti nascenti, ma senza mai allontanarsi dalla disciplina di partito: la disciplina è una condizione della mente, prima ancora che un modello organizzativo. Era un marxista che amava i richiami del massimalismo rivoluzionario, ma senza mai contraddire le ragioni e la verità imposte dal partito. Era affascinato dall’utopia, ma allo stesso tempo era ancorato al più cinico realismo politico, se così vogliamo ancora definirlo. Sospinto da queste contraddittorie pulsioni fu osservante stalinista, ma subito pronto ad aderire al nuovo corso non appena Krusciov denunciò i crimini di Stalin. Fu durissimo nel condannare la rivolta ungherese del 1956, definendo allora bande controrivoluzionarie i patrioti ungheresi, insorti per la libertà e la democrazia, salvo poi definire quella sua posizione come – ahilui! – un imperdonabile errore.

Nel 1966, all’XI Congresso del PC, resta isolato facendo una battaglia per rivendicare il diritto al dissenso, che amava tanto. Poi però, pochi anni dopo, nel 1969, abbandona i suoi compagni di cordata che formarono il gruppo de «il manifesto» e che dissentivano della linea filosovietica del partito, votando per la loro espulsione. Ecco cosa era: un utopista ortodosso. Nel 1989 si oppone infine alla svolta imposta da Occhetto, ma resta nella nuova formazione del PDS fino al 1992, per poi abbandonare gli scranni e l’attività politica per come l’avevamo conosciuta in lui.

Egli fu uomo delle istituzioni e tra i primi ad avere la consapevolezza della necessità di una loro modernizzazione che, secondo lui, avrebbe dovuto comprendere anche il superamento del bicameralismo perfetto, ma attraverso un processo che coinvolgesse tutte le forze politiche in un ampio confronto democratico, perché sapeva che la Carta fondamentale dello Stato non può essere modificata con veloce leggerezza, come invece vediamo fare oggi. Lei, presidente Grasso, lo ha spiegato meglio di chiunque altro: a quelle parole, a quel monito e a quella lezione noi tutti dovremmo rifarci.

Pietro Ingrao rappresenta dunque un esempio distante dalle nostre impostazioni ideali e politiche, ma a lui riconosciamo che con la sua passione, la sua intelligenza e la sua straordinaria umanità, ha contributo a rendere viva ed avvincente la vita politica italiana. Avercene ancora!

(Applausi).

D’ANNA (AL-A). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D’ANNA (AL-A). Signor Presidente, vorrei rendere omaggio ad un uomo delle istituzioni e lo vorrei fare da avversario. Non ho mai avuto punti di contiguità ideale o ideologica con la politica che Ingrao ha rappresentato, ma questo passa in second’ordine. Credo che Ingrao si debba consegnare alla storia dei difensori della democrazia, e della democrazia parlamentare. Credo che commemorare una figura di grande spessore culturale e di grande determinazione democratica non sia oggi solo un rituale omaggio, una forma quasi liturgica, ancorché laica, per ricordare un uomo di così grande spessore. Credo che ricordare gli uomini come Ingrao significa rammentare ai contemporanei che intorno alla difesa della libertà delle istituzioni democratiche si può costruire il futuro nel momento in cui forme di discredito e delegittimazione delle istituzioni parlamentari sembrano prendere il sopravvento tra la gente comune attraverso altre forme di rappresentanza politica, quali le assemblee telematiche o quant’altro si frappone oggi tra il popolo sovrano e chi lo rappresenta.

Credo che per Ingrao valga quello che diceva Pareto quando parlava dei socialisti, affermando che il socialismo ha avuto sempre molti più proseliti del liberalismo, perché agli uomini onesti ed intelligenti non può non affascinare l’idea che tutti quanti siano ugualmente liberi dal bisogno ed ugualmente felici. Ovviamente non sono di questa opinione e in ciò consiste la divergenza.

Credo nell’uguaglianza delle opportunità e non nella forzata uguaglianza degli esiti, ma ciò non mi fa velo: ricordo il presidente Ingrao, durante il rapimento e l’eccidio di Aldo Moro e della sua scorta, tenere salda la barra, come i leader politici che in quel momento non vollero piegare lo Stato al ricatto e alla violenza eversiva delle Brigate rosse.

Ieri, quando sono stato raggiunto dalla notizia della sua morte, ho trovato in me un senso di sconforto, e forse di dolore, che giammai avrei pensato di dover provare. Ringrazio gli uomini come Pietro Ingrao, perché, se oggi abbiamo la possibilità di testimoniare in questa sede che la libertà e la democrazia sono inscindibili e si vivificano e si rafforzano all’interno delle istituzioni democratiche che lo Stato si è dato, lo dobbiamo a uomini come lui. Sembrerà un paradosso, ma da oggi chiunque ami questo Paese e queste istituzioni si sentirà più solo

(Applausi).

CONSIGLIO (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CONSIGLIO (LN-Aut). Signor Presidente, è morto Pietro Ingrao, storico dirigente del Partito Comunista ed ex giornalista: aveva cento anni e nel mese scorso la Camera dei deputati l’aveva festeggiato, al compimento della sua veneranda età (era nato infatti in provincia di Latina, il 30 marzo 1915).

Si avvicinò ai movimenti antifascisti, a metà degli anni ’30, durante la Seconda guerra mondiale diventò partigiano e visse in clandestinità per circa due anni; dopo la guerra, diventò uno dei più importanti esponenti dell’ala sinistra del Partito Comunista Italiano e, negli anni, ebbe diverse polemiche con i vari politici dell’ala più moderata, come Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano. Diresse «l’Unità» e fu a lungo deputato del PCI. Fu anche il primo Presidente comunista della Camera. Fu contrario allo scioglimento del Partito Comunista e tra i massimi oppositori della «svolta della Bolognina», che portò alla fine del Partito Comunista Italiano. Fu infatti tra i firmatari, i principali animatori e gli ispiratori della mozione di minoranza che si opposero alla linea del segretario Achille Occhetto.

Scelse, però, di rimanere dentro al nuovo Partito Democratico della Sinistra, anche se, due anni dopo, lasciò il PDS per entrare in Rifondazione Comunista, di cui ha fatto parte fino al 2008.

Personalità complessa e tormentata, da trentenne approvò l’invasione dell’Ungheria per poi, però, pentirsene. Da anziano, si dissociò dal suo partito, pronunciando un discorso radicalmente pacifista contro le navi italiane nel Golfo Persico. Era rispettoso del pensiero degli altri e chiedeva sempre l’opinione dell’interlocutore, prima di esprimere la propria.

È stato scritto che Ingrao era un comunista molto strano: aperto al dubbio, quando il comunismo non ne ammetteva; incline ad interrogarsi molto sull’aldilà, disposto ad ogni genere di dialogo con religiosi ed eretici; comunista tutto d’un pezzo, che non ha mai taciuto i propri errori; si sentiva un uomo del popolo, comunista perché popolano, non un raffinato intellettuale; rivoluzionario di professione e intellettuale dei più critici; poeta, appassionato di cinema, uomo delle istituzioni nei momenti più critici e peggiori della vita repubblicana. Primo comunista sulla poltrona più alta di Montecitorio, negli anni bui, dal 1976 al 1979, era Presidente della Camera quando il corpo di Aldo Moro fu scaricato dalle Brigate rosse in un vicolo vicino alla sede del Partito Comunista e della DC.

Nel vocabolario di Ingrao c’erano due parole, tra loro molto distanti, che però avevano un posto particolare nel suo essere: luna e barricata; una bellissima e l’altra ruvida, proprio come il suo essere, che accompagnerà per sempre chi ha avuto il piacere di conoscerlo, di incontrarlo, di seguirlo e di volergli bene. Accompagnerà anche chi si è nutrito della durezza e della tenerezza di cui erano fatte le sue parole.

Concludo e cambio discorso, perché anch’io oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più.

(Applausi).

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signor Presidente, anche a nome dei colleghi della componente di Sinistra Ecologia e Libertà del Gruppo Misto vorrei ricordare Pietro Ingrao, che per me e per tanti di noi non è stato soltanto un compagno di partito, ma anche un punto di riferimento costante, vorrei dire un maestro, il cui insegnamento rappresenta una delle pagine a mio avviso più belle e straordinarie della storia della sinistra del nostro Paese.

Vorrei ricordarlo a partire da alcune immagini, che forse più di tante parole raccontano la sua lotta, il suo impegno, la testimonianza di un comunista del Novecento italiano: quella del giovane che prende il microfono sui palchi dei primi comizi dell’Italia liberata, sotto gli occhi dei capi partigiani, e poi quella di una mano alla testa, un cerotto, una fasciatura, il sangue dopo i colpi della celere durante la manifestazione contro la legge truffa. Siamo all’inizio degli anni Cinquanta e Ingrao, all’epoca direttore del giornale «l’Unità», ha già presente quella che sarà la costante ricerca di una vita intera: la democrazia, quella democrazia che un’Italia da poco uscita dal fascismo vedeva a rischio a causa di una legge elettorale truffaldina; quella democrazia che divenne per lui un continuo motivo di analisi e di riflessione, approfondito negli anni successivi, naturalmente nel periodo in cui fu Presidente della Camera e quando diresse il Centro di studi e iniziative per la riforma dello Stato.

Vi è poi ancora un’altra immagine, quella indimenticabile dell’XI congresso del PCI. Erano passati dieci anni dai fatti drammatici di Ungheria ed evidentemente per Ingrao era divenuta insopportabile l’idea che la ragione di partito venisse prima di tutto il resto e quel coraggio di dissentire che forse gli mancò nel 1956 (lui stesso lo riconobbe anni dopo) lo trovò invece in quell’XI congresso. A un certo punto del suo intervento disse: «Mentirei ai compagni se dicessi che mi avete persuaso»; lo ricordano tutti, ma era la prima volta che una frase come quella veniva pronunciata in un contesto così solenne e così poco abituato a una frase così.

Quella frase significò moltissimo in termini politici e anche umani.

Ingrao perse il congresso, ma la storia degli anni successivi dimostrò che aveva colto i cambiamenti di fondo della società italiana e di quelle stesse masse che rappresentavano il blocco sociale di riferimento a cui non aveva smesso di guardare. Aveva visto cioè i sommovimenti che già attraversavano il Paese, le stesse spinte che venivano anche dal Concilio Vaticano II, quella energia che si tradusse due anni dopo nel grande movimento che nulla avrebbe lasciato come prima, il 1968. La sua ipotesi politica, sconfitta nel congresso del partito, muoveva dall’idea che la politica fosse non solo un grande motore della storia, ma che non dovesse pagare un dazio o una subalternità alle compatibilità economiche; essa muoveva altresì dall’intuizione che l’irruzione dei movimenti sulla scena politica potesse diventare una risposta efficace (forse unica) alla crisi della democrazia rappresentativa che già percepiva.

Ancora in un’altra immagine del suo percorso politico questa ricerca non viene meno. Siamo alla metà degli anni Settanta, Ingrao diventa Presidente della Camera e interpreta quel ruolo non solo con la capacità istituzionale, la correttezza, il profilo istituzionale che anche gli avversari gli riconoscevano, ma soprattutto non intendendolo come un ruolo separato dalle dinamiche sociali. Allora anche quegli anni, come l’altra rilevantissima esperienza che citavo prima, quella della direzione del Centro per la riforma dello Stato, diventano per lui l’occasione di riflettere sui temi che gli stavano più a cuore: la democrazia, il rapporto tra governanti e governati, quello tra le masse e il potere, la necessità storica di immettere elementi dinamici in quelle istituzioni nate dalla Resistenza antifascista.

Questa ricerca ci conduce ad un’altra immagine, una delle ultime della sua vicenda politica. E’ quella del congresso di scioglimento del Partito Comunista Italiano. Ingrao, come sappiamo, contrasta quell’esito e, ancora una volta, è sconfitto. Ma nella sua elaborazione di nuovo, anche questa volta, non c’è nessuna traccia ne´ di ortodossie nostalgiche e nemmeno di mera appartenenza ad un campo che si andava sgretolando e del quale lui, fra i primi, aveva letto tutte le insopportabili contraddizioni.

C’è piuttosto la convinzione che cambiare un nome e cambiare un simbolo avrebbero significato anche cambiare una linea politica e rinunciare per sempre a quella critica di sistema e a quella alternativa di società che sarebbe invece servita.

I suoi interventi successivi, quelli successivi alla svolta (il pacifismo,il «no» alla guerra, il richiamo continuo e costante all’articolo 11 della Costituzione) sono lì a testimoniarlo. Voglio concludere con un’ultima immagine, questa molto più recente, che risale al suo centesimo compleanno. Ai familiari, a quelli che sono qui e a quelli che non ci sono, rivolgiamo le nostre condoglianze oggi; i compagni e gli amici di una vita, le donne e gli uomini delle istituzioni lo festeggiano.

Non lo festeggia, purtroppo, la sua adorata Laura, morta alcuni anni prima; ma diverse generazioni di donne e di uomini non solo di sinistra rendono omaggio ad una figura straordinaria del nostro tempo: Pietro Ingrao, l’uomo che aveva insegnato a coltivare il dubbio, che rifuggiva dai dogmi e dalle facili certezze; l’uomo che amava la poesia, che amava il cinema e che – come scrisse – voleva la luna; l’uomo che aveva inseguito per una vita intera quella semplicità cosı` difficile da realizzare.

(Applausi).

COMPAGNA (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (AP (NCD-UDC)). Signor Presidente, colleghi senatori, il nostro Gruppo si inchina commosso alla memoria di Pietro Ingrao e partecipa affettuosamente al dolore dei suoi familiari: tanto più sentito in molti di noi perché quarantott’ore prima di Pietro Ingrao abbiamo appreso che se ne era andato suo genero, il professor Giorgio Israel, un carissimo amico e collega universitario a fianco del quale molti del centrodestra avevano combattuto tante battaglie fra cui quella per la libertà della scuola, e quella per la difesa delle garanzie dello Stato di Israele.

Pietro Ingrao è stato un grande punto di riferimento della storia d’Italia e stamattina, credo con intelligenza, sul giornale sul quale era più difficile e più complesso ricordarlo, su «l’Unità», un collaboratore di lui molto più giovane, Francesco Cundari, ci invitava a non ghettizzare Pietro Ingrao nell’infame circuito degli eretici contro gli ortodossi, dei libertari contro i dogmatici.

Pietro Ingrao ha rappresentato qualcosa di più e la sua figura attraversa tutta la storia d’Italia. Forse, a ritrarlo meglio di tutti in anticipo, rispetto alla sua vita e alla sua stessa generazione, era stato Pietro Nenni in quel vecchissimo scritto «Il Diciannovismo». In Pietro Ingrao c’erano le ansie del movimentismo, della ricerca ansiogena di attenzione ai movimenti. Quando è uscito dal fascismo, dalla letteratura, dal cinema, dalla buona poesia, lui, pascoliano, che sarebbe poi approdato in un partito di carducciani, quello di Togliatti, Ingrao – lo si legge nel volume autobiografico che ha citato il collega Tronti nel suo bellissimo intervento – andò a trovare Benedetto Croce. A Benedetto Croce porta la testimonianza della sua inquietudine, e gli chiede: «E adesso, che fare?». Ovviamente non nel senso metallicamente leninista. Croce gli risponde: «Ingrao, studiate». Ingrao, nella sua autobiografia, non è affatto deluso da questa risposta di Benedetto Croce; era come se se l’aspettasse. Vent’anni prima, una risposta analoga a quella ricevuta da Ingrao l’aveva avuta da Croce, e ne era rimasto deluso e ferito, Giorgio Amendola, all’indomani della morte di suo padre, ucciso dai fascisti. Grande amico di Benedetto Croce, Giorgio Amendola era andato a trovare gli amici di suo padre: Albertini e Croce. Ad Amendola era capitato di restare molto deluso perché questi grandi notabili dell’antifascismo, ma soprattutto del prefascismo, gli avevano più o meno detto quel che vent’anni dopo Croce avrebbe detto a Pietro Ingrao: «Amendola, studiate». Amendola, con un papà ucciso dai fascisti a Montecatini, si era detto: "sì, studiate, ma che significa?" Allora passava le sue giornate a Napoli a fare soprattutto canottaggio, e scelse di essere comunista perché gli sembrava una trincea più avanzata di antifascismo rispetto a quella di Croce.

Paradossalmente, Amendola e Ingrao sarebbero poi stati, nel già evocato XI congresso, i grandi avversari di prospettive completamente diverse nella sinistra italiana e direi della sinistra europea.

Qui ricordo una mia curiosità; io certamente comunista non ero, anzi ero anticomunista e liberale, ma sotto i colpi del sessantottismo – avevo vent’anni nel 1969 e rifiutavo il sessantottismo, forte delle considerazioni di Pietro Nenni sul diciannovismo – andai con la mia fidanzata al cinema Fiorentini a Napoli ad ascoltare un comizio di Ingrao (non ricordo se fosse il 1968 o il 1969). Alla mia fidanzata piacque; per quanto mi riguarda, mi confermò in quella simpatia amendoliana che avevo avuto tre anni prima; ovviamente ciò senza nessuna ostilità alla persona di Ingrao, che rimase quel potenziale interlocutore dei movimenti e del movimentismo (che poi, qualcuno l’ha ricordato, a un certo punto votò per l’espulsione di tanti suoi vecchi amici che avevano dato vita all’esperienza de «Il manifesto»).

Però, per quanto movimentista, per quanto autore di Masse e potere, per quanto all’inseguimento di qualcosa di nuovo sempre inquieto, Ingrao, merito anche del segretario generale della Camera, Tonino Maccanico, fu un esemplare Presidente della Camera dei deputati. Lei ha fatto bene, presidente Grasso, a ricordare quel discorso, devo dire bellissimo in termini di storia patria, che il deputato presidente Ingrao fece in occasione della morte del deputato presidente Moro.

Voglio infine rivolgere un sentimento di affetto alla sua figura, di simpatia per la memoria di questo italiano centenario e, come dicevo, un particolare abbraccio ai suoi figli, in special modo a Bruna, che venerdì ha perso anche Giorgio Israel.

(Applausi).

CAMPANELLA (Misto-AEcT). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CAMPANELLA (Misto-AEcT). Signor Presidente, per me, giovane elettore del Partito comunista, la figura di Pietro Ingrao era la più alta e lontana, per molti versi di esempio. Di lui mi piaceva la scelta della lotta politica difficile. La scelta di affrontare le contraddizioni senza rifugiarsi mai nel silenzio, affrontando sempre la lotta; indipendente nel pensiero e nella critica, e capace di capire e vivere il valore dell’unità.

Oggi gli sono grato per un motivo in più. Ho letto in questi giorni un suo testo del 2004, in difesa del Parlamento come luogo di scontro e di incontro delle diverse volontà popolari. Luogo di formazione della volontà della Repubblica, che dà sostanza alla legge, rappresentanza diretta del popolo sovrano, e per questo preminente sui Governi, di cui più volte denunciò gli atteggiamenti di invadenza, ben rappresentati dall’eccesso dei disegni di legge e così ben rappresentato dal tentativo di controriforma cui stiamo assistendo oggi.

Mi addolora veramente la sua scomparsa. Il suo coraggio nella lotta, però, vale ancora di esempio, ed è prezioso.

(Applausi).

CARRARO (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CARRARO (FI-PdL XVII). Signor Presidente, care colleghe, cari colleghi, altri in quest’Aula e al di fuori hanno ben descritto le caratteristiche di Pietro Ingrao come uomo, intellettuale, politico, alto rappresentante delle istituzioni.

Come Presidente della Camera è stato corretto e sempre ispirato al rispetto nei confronti di una istituzione che considerava, e dimostrava di considerare, come luogo in cui i cittadini italiani erano rappresentati. È stato un uomo politico comunista, coerente, onesto e competente. Forza Italia ritiene che il comunismo sia stato una risposta sbagliata e assai dannosa ad una esigenza sacrosanta della difesa dei più deboli e sfortunati.

L’uomo è stato un esempio di probità e un uomo di vera qualità. La politica è importante e indispensabile. Si tratta di una professione difficile, che richiede intelligenza, preparazione e dedizione. Quando si fa politica e ci si comporta scorrettamente, si fa un danno gravissimo alla credibilità delle istituzioni e, perciò, al Paese.

Cambiare idea è segno talvolta di intelligenza, ma quando lo si fa troppo spesso e per interesse personale, allora si è solo dei trasformisti e si porta discredito a se stessi, alle istituzioni e alla politica.

Pietro Ingrao è stato un uomo corretto. Secondo Forza Italia da una posizione politicamente sbagliata ha onorato la politica, ha onorato l’istituzione e ha fatto del bene al nostro Paese. Ne salutiamo la memoria con grande rispetto e con deferenza e affetto nei confronti dei familiari.

(Applausi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il rappresentante del Governo. Ne ha facoltà.

PIZZETTI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, le parole del professor Mario Tronti hanno descritto mirabilmente l’uomo, il politico, l’intellettuale Pietro Ingrao, i suoi travagli, le sue passioni, le sue incertezze e i suoi convincimenti. Il senatore Tronti ha fatto cenno alla vulgata semplicistica dell’Ingrao sognatore e visionario; ma la visione, il sogno, altro non sono che la traduzione ideale della passione politica, della scelta di campo. Quella visione in realtà era una cosa importante: la voglia di coniugare uguaglianza e speranza, con lo spirito aperto dell’uomo libero. Un comunista italiano sempre in ricerca e mai prigioniero del dogma.

Basta citare i titoli di alcuni suoi libri, su cui tanto abbiamo studiato a suo tempo «Masse e potere», «Crisi e terza via», «Tradizione e progetto». C’è sempre questa idea profonda della ricerca. Nella lotta politica gli ingraiani sono sempre stati una corrente politico-culturale, mai una corrente organizzata nella più classica delle concezioni, a testimonianza del valore della ricerca intellettuale.

Da studente, come tanti giovani, leggevo con passione i suoi interventi, i suoi scritti e la voglia di cambiamento non ortodossa che trasmettevano. Non c’erano gli evidenziatori allora, ma facevamo grande uso del pennarello rosso.

E’ stato innovatore anche nelle istituzioni, lo ha ricordato il presidente Grasso. Se si fosse dato maggiore ascolto alla sua ricerca, alla sua riflessione oggi non saremmo in «zona Cesarini» sul tema delle riforme istituzionali e costituzionali e la crisi della democrazia probabilmente sarebbe meno acuta. Se anche noi della Sinistra fossimo stati meno conservatori, saremmo oltre. Le sue riflessioni sul ruolo delle Camere, sul monocameralismo, il suo discorrere profondo sulla democrazia sono stati punti alti del ragionare nel nostro Paese. Esattamente trent’anni fa parlò, nello stupore di tanti, di Governo costituente. Quindi Pietro Ingrao va studiato e rispettato, senza appropriazioni indebite, e va fatto vivere con una sua certezza: non fu mai un conservatore. Il Governo, come già espresso dal Presidente del Consiglio, rivolge davvero e sentitamente un abbraccio riconoscente e commosso ai familiari ed è grato per ciò che Pietro Ingrao ha fatto in politica e nella vita.

(Applausi).

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Novembre 2015 12:58
 
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