Interventi Maria Luisa Boccia
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Giovedì 29 Ottobre 2015 09:29

Intervento di Maria Luisa Boccia

Non è questo per me il momento di una riflessione meditata su Pietro Ingrao.

Maria Luisa Boccia

E’ il momento dell’abbraccio, commosso e grato, per tutto quello che ha dato a tutte e tutti noi, al nostro paese, al movimento operaio, italiano ed europeo.

Ed è per me il momento della promessa. Non consegneremo la sua figura alla celebrazione, alla conservazione della memoria. La promessa è di mantenere vivo e fecondo lo scambio, coniugando al presente pensiero ed opera di Pietro Ingrao.

Il Centro studi ed iniziative per la riforma dello Stato lo ha già fatto in questi anni: con particolare cura ed intensità in occasione dei suoi cento anni. Lo ha già ricordato la presidente Laura Boldrini, che ancora ringrazio.

Siamo più soli oggi.

Ma possiamo, e dobbiamo, affrontare il vuoto che Pietro Ingrao lascia, mettendo a frutto la sua eredità. Non è un compito facile. Sento personalmente, e sono certa che è un sentire comune a tutte e tutti noi del Crs, più viva e forte la volontà di adempiere questo compito.

Da tempo preferisco dare voce alle parole di Ingrao, piuttosto che interpretarlo. Lo farò anche qui, in forte consonanza con l’intenso ricordo di Mario Tronti ieri in Senato.

Pietro Ingrao è stato un comunista.

E non ha mai dismesso questo suo essere.

Piuttosto si è sempre interrogato sul suo sentirsi comunista.

Scrive nel 1989, quando quel nome fu cancellato “come fosse una macchia”: “Lo vivo come un punto di vista che mi aiuta a comprendere quello che devo fare oggi e il domani per cui lavorare”.

Il comunismo è l’orizzonte da tenere aperto per riconoscere che “vi sono domande a cui neppure la giusta mercede e l’uguaglianza formale dei diritti danno risposta”.

E afferma – mi è particolarmente caro ricordarlo- che “tenere aperto l’orizzonte del comunismo mi ha aiutato a comprendere la rivoluzione politica del movimento femminista. E questo ha determinato uno spostamento, ha prodotto un mio agire politico diverso”.

Questa tensione a trascendere l’ordine esistente, muovendo dall’analisi puntuale della realtà e da un’attenzione, perfino puntigliosa, alle vicende quotidiane della politica, è il tratto costante del suo modo di pensare e fare politica.

Fondato su una convinzione profonda: “o rendiamo forte, visibile, il nesso tra Stato democratico e bisogni sociali o saremo sconfitti dal neoautoritarsimo e dalla semplificazione oligarchica”.

Sono parole profetiche.

La questione cruciale è, ancora oggi, quella che ha orientato tutta la sua vita.

Come schiodare la politica dai Palazzi del potere. Come creare un raccordo tra una domanda sociale frantumata e una proposta di riforma dello Stato”.

Una riforma che, per Ingrao, non può realizzarsi – o è una controriforma rispetto alla forma democratica – in assenza di una critica radicale e di una politica di trasformazione della società capitalista; fondata, oggi più di ieri, sull’intreccio tra privato e pubblico.

Questa esigenza si fa più acuta in Ingrao con il deperire dell’agire politico, delle sue forme organizzate.

E’ questo declino della politica organizzata, è il restringimento di esperienze e soggetti della politica, che fa sentire a Ingrao l’urgenza di “analisi a livelli alti, con strumenti adeguati”: “senza una cultura che rielabori il passato e lavori al presente resta solo il conformismo”.

Questo è il suo lascito.

Accompagnato da un monito: “Grande è la sfida. O ci stiamo dentro, o non ci lascerà sopravvivere”.

La promessa, nel salutarti Pietro, è di raccogliere la sfida. Per te e con te, ancora.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Ottobre 2015 18:56
 
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